mercoledì 17 settembre 2008

Masochismo politico


Spesso, e nelle sedi più diverse, ho sempre sostenuto che il “mercato” necessiti di strumenti e meccanismi tali da ricondurlo entro i suoi ambiti. Al mercato devono essere infatti riconosciuti i suoi meriti ma bisogna essere consapevoli della sua incapacità a guidare una società in modo equo, come le recenti catastrofi finanziarie internazionali stanno dimostrando per l’ennesima volta. L’economia non è e non potrà mai essere una forma di governo. Lo sviluppo economico deve essere guidato dalla politica intesa come espressione di comunità appartenenti ad una società. Lo sviluppo si fonda sull’efficacia più che sull’efficienza.
Il mercato non produce democrazia, non la incoraggia e non la fa funzionare. Spetta alla politica individuare ed applicare dei rimedi alle inevitabili distorsioni del mercato per mezzo dell’elevamento del bene pubblico ed evitando di mediare interessi privati. Il mercato tende infatti a calcolare solo i costi privati e a considerare solo beni/servizi monetizzabili, ma non è in grado di considerare i costi pubblici e sociali come ad esempio l’inquinamento o la disoccupazione. La tecnologia stessa non è in grado di guidare lo sviluppo economico. Detto questo, se allora spetta alla politica orientare lo sviluppo economico, la selezione della classe dirigente (a livello locale e nazionale) costituisce quindi un momento critico. I fatti della crisi Alitalia stanno a dimostrare i nefasti effetti della selezione avversa politica che affligge la nostra società e la conseguente incapacità di politici ed amministratori che per decenni hanno preferito privilegiare interessi di parte, clientelismo e corruzione alla corretta gestione di un’azienda nell’interesse generale. Come al solito però il problema nasce dal fatto che questi politici ce li siamo scelti noi. Continuiamo a pagare lo scotto di una terribile e masochistica miopia politica. Continuiamo a scegliere politici ed amministratori palesemente incapaci di gestire il bene pubblico nella speranza che soddisfino i nostri interessi privati, senza considerare che questi interessi possono scaturire solo dal bene pubblico. La lezione da imparare dal caso Alitalia è quindi che a fronte di un beneficio immediato che può scaturire dall’economia dei favori con questi politici, nel lungo periodo arriverà il conto da pagare per tutti noi. Se dieci anni fa qualcuno avesse previsto dei licenziamenti in Alitalia, sarebbe stato preso per un pazzo visionario perché il posto in Alitalia era considerato un posto sicuro. Dato che questi signori impongono sacrifici a tutti senza mai toccare i propri privilegi e quelli delle consorterie a loro prossime, bisogna allora riflettere sul fatto che nessuno di noi “senza potere” (ad es. dipendenti delle ferrovie, poste, scuola, pubblico impiego, ecc…) sarà al sicuro quando bisognerà pagare il prossimo conto…

2 commenti:

Gianluca Aiello ha detto...

Approvo quanto scrivi. Purtroppo chi ci governa è sempre più economista e manager e sempre meno amministratore di servizi pubblici. Ma come dici tu, li scegliamo noi.
Il problema è capire quali siano le informazioni in possesso degli elettori nel momento della scelta.

Carmelo Cannarella ha detto...

Il problema è che gli elettori delle informazioni le hanno: esse sono tuttavia il frutto di una mentalità distorta e quindi si tratta di informazioni altrettanto distorte. Come ho scritto in un precedente post esiste "... chiaramente una perversione nel rapporto che la società italiana ha con i potenti che hanno bisogno di essere serviti per sentirsi legittimati. Da parte dei “senza potere” i politici devono essere però sfruttati. In Italia non esiste la cultura del diritto, ma quella del “favore” ed un vero politico per essere potente deve essere in grado di elargire favori. La politica in Italia consiste infatti nella mediazione dei favori che garantisce la vita, la legittimazione, la continuità stessa alla politica. La circolarità dei favori è il presupposto del ruolo sociale della politica italiana che è pronta a concederli finchè ci sono clienti che li richiedono. In Italia, salvo poche eccezioni, la politica non chiede “adesione”, ma “sudditanza” con un’opportunistica accettazione dei ruoli. Per questo bisogna tenersi sempre buoni i politici di turno e per questo il senso civico o l’appartenenza ad una comunità non servono a nulla. La classe politica viene quindi selezionata sulla base delle sue capacità di dispensare favori e per questo i politici più apprezzati non sono quelli che perseguono gli interessi pubblici, ma quelli che riescono ad esaudire più favori: perché ciò è alla fine quello che gli elettori pretendono. Il meccanismo è circolare perché se il politico non sta al gioco allora rischia di perdere il posto. In questo modo, i soldi pubblici, i lavori a tempo determinato, l’esecuzione in tempi brevi di una TAC, la concessione di una licenza, ecc… vengono utilizzati per questo fine. La cosa triste è che il sistema è noto a tutti e non solo non suscita grandi opposizione o riprovazioni, ma nella mente di tanti stimola l’invidia e l’ammirazione. Per questo dico che non c’è e non ci può essere soluzione quando il problema è l’incapacità di autogovernarsi e di sviluppare un vero senso di democrazia".