mercoledì 25 giugno 2014

Vivere di Debacle

Ormai è impossibile stupirsi più di tanto. Abbiamo fatto della debacle il nostro stile di vita, la più autentica espressione del Made in Italy. Complimenti.

Io ovviamente non parlo da tifoso di calcio, perchè dei Mondiali del pallone non me ne importa assolutamente niente. Noto però che l'ingloriosa fine delle soubrette dell'Italia Pallonara altro non è che un sintomo, un riflesso, uno specchio della miseria di questa sfortunata terra.

Non parlo poi del problema della "sconfitta": si può essere sconfitti, non è un dramma. Anzi ci può essere dignità nella sconfitta. Il problema è un altro.

L'incapacità di avere idee, progetti, di saper valorizzare i talenti veri, la tendenza continua a frustrare ogni cambiamento, il considerare il cambiamento come una pericolosa fuga in avanti, appoggiarsi sempre al vecchiume perchè rassicurante e garanzia di stabilità, la mancanza di coraggio, di intraprendenza, di creatività, di dignità, di sincerità, lo sperare sempre nella furtuna o in qualche santo protettore, basarsi sempre sull'improvvisazione, sul pressappochismo, sugli "amichi", "io speriamo che me la cavo": quello che abbiamo visto ai mondiali del Brasile lo vediamo continuamente ogni giorno che usciamo di casa o quando accendiamo la TV e vediamo la nostra classe politica e dirigente in azione.

Devo dire che c'è un gusto masochistico di notevoli livelli in tutti noi: ma che gusto c'è ad essere sempre sbeffeggiati, denigrati, bollati come vigliacchi, ladri, zozzoni ed incapaci? Ma è possibile che non si inneschi mai la scintilla del senso della dignità, dell'onore, del rispetto personale per decidere di buttarsi questa mediocrità alle spalle e rifondare una società in modo decente?

Ovviamente io non sto parlando di calcio: parlo della quotidianità. Non siamo stufi di avere sempre a che fare con degli incapaci, inetti, corrotti e mascalzoni? Possibile che si debba sempre accettare senza battere ciglio la similitudine ormai consolidata fra "italiano" ed "incapace"? Possibile che ormai la parola Italia ci ispiri solo disgusto e vergogna?

Io francamente non ci sto: ma che fatica...

giovedì 5 giugno 2014

Come è triste Venezia

Ed eccoci qui a discutere delle solite cose: la discussione diventa anche noiosa alle lunghe. C'è da dire che basta scrivere un post sulla corruzione sistemica italiana come forma di Governo del Paese e del Territorio una volta sola che poi non è più necessario scrivere nulla: il post è sempre valido.

Ripeto: ciò che disturba di più ed offende l'intelligenza di chi scrive e della maggior parte delle persone intelligenti che ancora vagano per queste lande desolate è il senso di sconcerto, la sorpresa, l'indignazione tardiva, la richiesta di severità, l'appello ad un inesistente senso di responsabilità, ovvero i soliti concetti indegni propinati dalla classe politica e dirigente italiana. Ed ancora offensiva è la solita dichiarazione politically correct del fatto che tutto questo riguarda una minoranza: la maggior parte della dirigenza e della politica italiana, come espressione di questa società, è marcia sin dalle fondamenta. Lo sappiamo tutti. Non facciamoci prendere per il naso.

Torno a dire per l'ennesima volta: l'Italia è popolata da una società fondata sulla "complicità" come unica modalità di materializzazione di relazioni sociali e politiche che inevitabilmente si articola tramite lo strumento del "ricatto". Siamo tutti complici e siamo tutti, in un modo o nell'altro, ricattatori e ricattati. In questo modo non può esistere giustizia, parità di diritti, esercizio della libertà individuale e collettiva. Quando si nega questo o si è profondamente stupidi o si è radicalmente in mala fede.

Su queste basi, norme anti corruzione, riforme (sempre generiche, sempre sbandierate e mai realizzate), rinnovamento delle istituzioni sono trovate inutili. Il problema critico del nostro Paese è e rimane la "selezione avversa" ovvero la presenza di meccanismi che selezionano, strutturano ed organizzano le articolazioni dello stato e della società nel suo complesso. Le nostre istituzioni, enti, organi, uffici, agenzie non sono soggetti astratti, ma sono materializzate dalle persone che operano al loro interno e dirigono queste strutture. Una pessima selezione del personale della politica, dell'amministrazione pubblica e della dirigenza fa sì che puntualmente disponiamo di persone non all'altezza, facilmente sensibili alla corruzione, avide, inette spesso collocate in gangli vitali della vita pubblica. La fedeltà politica e la complicità prevalgono sempre sulle qualità individuali: il risultato è una pessima materializzazione di queste istituzioni. Tutto questo si riverbera poi nella sanità (il classico chirurgo incapace), nella scuola, nell'università, nelle forze armate, nella pubblica sicurezza, nella magistratura, nelle poste, nei trasporti, ecc....

Il problema non è però solo presente nella sfera pubblica. In Italia la selezione avversa affligge anche il settore privato. Quante imprese oneste ed efficienti sono state cancellate dal mercato per colpa di imprenditori mascalzoni, collusi, disonesti, scorretti, furbi, delinquenti? Quante persone hanno rinunciato ad iniziare un'attività privata perchè non disponevano di "conoscenze", "agganci", "contatti" e quindi scoraggiati, frustrati e vilipesi?

La selezione avversa purtroppo attiva un processo a spirale veso il basso che è molto difficile da interrompere perchè nessuno ha interesse fondamentalmente ad interromperlo. "Eh sì che ci mettiamo a fare le cose regolari proprio adesso che mi tocca?" 

C'è qualcuno che ancora crede nella regolarità di una selezione, un concorso, un appalto, una gara, un procedimento?  Beato lui...


lunedì 12 maggio 2014

Uomini fragili, società fragile, istituzioni fragili, Stato fragile

Il caso Scajola, il caso Dell'Utri, lo scandalo Expo, l'immigrazione senza controllo e senza strategie (che fine fanno le migliaia di persone che arrivano in Italia? Non lo sa nessuno...), il ricatto delle tifoserie violente, la violenza continua sulle donne, ecc... sono tutti sintomi chiari di una società estremamente fragile, che alimenta istituzioni altrettanto fragili come ossatura macilenta di uno Stato fragile.

Il fatto che tutti si meraviglino di questo è oltrettutto una beffa colossale. Come ho già ripetuto più volte su questo blog, in Italia tutti sanno tutto: in questo senso siamo veramente un Paese. Ogni volta che c'è da tirare fuori denaro per qualche intervento pubblico (dai mega eventi alle iniziative più piccole) l'avidità e la corruzione la fanno da padrone. Tutti sappiamo tutto.

Il tutto avviene con l'avallo dei politici che, a vacche oramai fuggite, cadono dalle nuvole ed invocano risposte severe. La politica italiana, ormai ci siamo abituati, fa la faccia dura quando le cose sono già successe, i casini già esplosi, le catastrofi avvenute. Corrugano la fronte in TV, manifestano espressioni indignate e sdegnate per qualche settimana: dopo di che tutto si sgonfia e si torna agli affaracci propri (nel senso più autentico del termine).

Tutto questo genera una società fragilissima su cui poggia uno Stato ancora più fragile. Si può essere una società più povera, ma comunque coesa, solidale e dignitosa. Invece siamo ridotti ad essere dei morti di fame messi l'uno contro l'altro. Il peggio del peggio. Penso che 10 Euro in più o in meno in saccoccia non cambino molto: sarebbe necessario investire in decenza e dignità.
 
L'incapacità e la non volontà di pianificare, organizzare, gestire in anticipo, programmare rende questo Paese un castello di carte esposto alla prima folata di un tiepido venticello di primavera. Basta un nonnulla per inceppare tutto; dal bloccare una partita di calcio fino a far fallire un evento di visibilità internazionale. Figuriamoci se in queste condizioni ci può essere la benchè minima possibilità di immaginare un futuro decente in Italia! Davanti a noi ci sono solo altre tangenti, altra corruzione, altre catastrofi naturali le cui conseguenze potevano essere evitate, altre migliaia di immigrati che dopo aver poggiato il piede su una spiaggia italiana svaniscono nel nulla...

Credo che tutta la politica italiana, insieme alla sua classe dirigente celata nell'area grigia dello Stato, costituiscano di fatto una vera e propria illusione ottica. In realtà sono giacche e cravatte dietro le quali si cela il nulla; solo l'inganno, il furto, l'avidità e lo sciacallaggio.


lunedì 28 aprile 2014

Un Paese bloccato, prostrato ed inginocchiato.

E' da un po' che su questo blog rifletto sul fatto che l'Italia, nonostante i vari proclami, sia un Paese completamente bloccato, incapace di rinnovarsi e di cambiare. Nella migliore delle ipotesi il cambiamento è solo apparente poichè le logiche che sottointendono al (mal)funzionamento della cosa pubblica e privata, e che ispirano la stessa etica civile, non cambiano mai.

La grande enfasi che i media e tutta la società nostrani hanno dato alla santificazione dei due papi cattolici, che altro non è che un'operazione furbesca di maquillage in cui il Vaticano glorifica sè stesso ed il suo potere, hanno evidenziato come questa società sia talmente priva di riferimenti, di valori moderni, di coscienza civile da guardare a S. Pietro e alle sue, di certo non cristalline, gerarchie come unico punto di riferimento. 

L'Italia non solo è bloccata, ma si prostra e si inginocchia con una facilità impressionante davanti alle espressioni più becere delle cause del suo sfacelo morale e sociale.

Ho letto quindi queste parole che ha scirtto Roberto Saviano poco tempo fa su L'Espresso con grande interesse anche perchè, trasversalmente, fotografano lo stato pietoso in cui ci troviamo e da cui al momento sembramo del tutto incapaci di tirarci fuori.

"La storia di Forza Italia, poi diventata Popolo della libertà, passata attraverso pittoresche coalizioni e ora ridiventata Forza Italia e Nuovo centro destra, oltre che dai processi che coinvolgono suoi esponenti a ogni livello, può essere esemplificata anche attraverso il racconto di ciò che è stata la legge sulla procreazione assistita, nota come legge 40/2004 entrata in vigore durante il secondo governo Berlusconi.

A voler essere clemente con quel governo, potrei dire che la legge 40/2004 rispecchia forse ciò che l’Italia è diventata: un paese in cui i diritti sono considerati privilegi e a orientare il corso delle cose non sono esperti e studiosi, non è la ricerca scientifica, non sono qualifiche e competenze acquisite dopo anni di studio, ma il peggior senso comune. 

Il più retrogrado, quello di politici il cui unico scopo è essere più solerti persino della chiesa in cui dicono di credere e nel cui nome giurano di agire. Un paese che fa della famiglia il nucleo sociale fondamentale ma che non ritiene sia poi diritto di tutti potersene costruire una. La legge 40/2004 è una legge iniqua e liberticida. È una legge mortificante per la donna, sprezzante del suo corpo e incurante delle sofferenze che vive una coppia che non riesce ad avere figli. Tutto questo, dal 2004 a oggi la Corte Costituzionale e le sentenze di diversi tribunali italiani, lo hanno a più riprese stabilito.

Difficilmente troverete persone che abbiano voglia di raccontare la loro esperienza riguardo al percorso che hanno fatto per riuscire a avere un figlio. Questa difficoltà ha una doppia matrice: da una parte l’arretratezza della nostra società, una società che non conosce affatto le tecniche di procreazione assistita, per cui tutto - anche un semplice racconto - suonerebbe come troppo “tecnico”. Dall’altra, una morale pseudo cattolica secondo cui se non si riesce a procreare in maniera naturale allora non bisogna forzare la natura. La mancanza di informazioni e la mancanza - cosa assai più grave - di volontà di informarsi, rispetto a questi temi, è propria di una società terribilmente arretrata, arroccata sulle proprie posizioni più che per convinzione, per non conoscenza."

Tutti dal papa allora!

Cosa altro aggiungere?

venerdì 11 aprile 2014

Cambiare? Una follia!

In Italia ogni tipo di cambiamento è sempre macchinoso. In particolare chi cerca di spingersi un po' in avanti, chi cerca di innovare, chi cerca di spezzare situazioni cementificate ed ossificate viene visto con sospetto e bollato come un folle. 

Non voglio entrare nel merito di notizie recenti, ma le reazioni di certi strati della società nazionale mi fanno sempre molto pensare perchè mi sembrano come un barometro del polso di questa società. 

In Italia uscire dal Medioevo in cui siamo bloccati ormai da molto tempo (sotto il profilo sociale, economico e politica) è un'impresa veramente ardua. Il problema è che in casa abbiamo alcune istituzioni che sono proprio un'emanazione di quel Medioevo che, nonostante i tanti film e romanzi che hanno cercato di mitizzarlo, è e rimane una delle pagine più tetre della nostra storia.

Tentare di costruire una società decente in Itala è veramente difficile perchè impone il cambiamento come una scelta inevitabile. Ma il cambiamento non è ben visto in queste contrade. Non è ben visto dalla politica (nonostante lo sbandieramento di un cambiamento solo apparente come strumento propagandistico): ma è la stessa gente comune che teme e rifugge il cambiamento. Lasciare la strada vecchia per una nuova non è una qualità dell'italiano medio o dell'italiana media. Tutti quelli che lo hanno fatto in passato sono sempre stati bollati come scemi, irresponsabili o idioti: comunque ridicolizzati. Tant'è che hanno sempre dovuto come minimo cambiare aria o idea. Altro che terra di navigatori e blalabla  vari. Nessuna persona di vero talento è stata mai presa sul serio in Italia. Senza bisogno di citare come sempre il mondo universitario mi vengono in mente figure come Dante Alighieri, Galileo, Giordano Bruno, Cristoforo Colombo, Meucci...

Il problema dalle nostre parti non è avere buone idee, ma realizzarle. A furia di sbeffeggiare la scuola e frustrare i talenti, a furia di osteggiare sempre il cambiamento e il minimo anelito di osare, oggi un qualunque individuo di età inferiore ai 40 anni non ha la benchè minima ambizione o utopia personale. Troppo pericoloso, inutile, rischioso: una perdita di tempo e basta.

Addirittura si è confuso il cambiamento con le novità fornite dall'elettronica: un cellulare nuovo o un table ultima generazione non sono cambiamento. Sono la parodia del cambiamento.

E' vero: cambiare è rischioso. Ma non cambiare mai implica la distruzione di ogni possibilità di immaginare, progettare e realizzare un futuro.

Siamo una terra di falliti non perchè non riusciamo a fare qualcosa, ma perchè abbiamo completamente perso il desiderio di fare qualcosa "un passettino più avanti". Siamo senza futuro. Siamo senza passato (perchè ignoranti). Viviamo dentro un presente orribile. 

"Memento audere semper" recita il famoso motto: ricordati di osare sempre. Nulla è più lontano da noi di queste parole. E le plumbee porte del Medioevo ci si chiudono sempre davanti: da qui non si esce.

martedì 25 marzo 2014

Europa sì, Europa no

In una società che si dibatte in una completa crisi di rappresentanza, in cui si è perso totalmente il senso di responsabilità civile e civica, di impegno per la comunità, di appartenza ad una collettività politicamente organizzata, il senso ed il ruolo stesso delle cosiddette "istituzioni" è andato totalmente perduto. Un tempo si parlava di gap fra la società civile e le istituzioni che erano percepite come distanti. Oggi la situazione è mutata.

La deresponsabilizzazione dei singoli cittadini ridotti ormai a meri individui "anonimi" privi di alcun peso nello scenario politico ha di fatto svuotato di senso la stessa rappresentanza democratica. Decenni di politica vissuta come mera appendice dello showbiz televisivo hanno reso milioni di persone incapaci di percepire la res publica come un bene colletivo, un bene di tutti, quindi un bene proprio. 

Gli stessi partiti politici hanno funzionato come filtri al rovescio selezionando una classe politica e dirigente cinica, ladra, scaltra, furba, senza scrupoli, priva di competenze. Le capacità, i talenti, le idee sono tutte rimaste fuori. Quando poi si scopre che mascalzoni e deliquenti accedono a cariche politiche con voti di migliaia di cittadini, allora lo scoramento è totale. Tutto l'ingranaggio si è inceppato.

Il Comune, la Provincia, la Regione, lo Stato sono qualcosa di remoto, completamente staccato dalla realtà delle persone comuni, dove vigono regole "altre", dove dominano logiche "altre", dove la tutela degli interessi pubblici (sempre sottoposti alla mediazione di squallidi interessi di poche parti), se mai scaturisce, deriva solo come un puro effetto collaterale di queste logiche "altre".

Prova ne è quel poco che salta fuori quando si va ad indagare negli ingranaggi delle cosiddette istituzioni: il furto e la corruzione sistematica vanno a braccetto con l'assenza di responsabilità, le collusioni, le intese sotto il tavolo, le amicizie... E poi ci si chiede come sia possibile che alcuni personaggi possano ricevere stipendi stratosferici a fronte di servizi spaventosi, di licenziamenti continui, di esuberi. Ci si arricchisce semplicemente sulla pelle dei cittadini.

Le istituzioni non sono solo qualcosa di staccato, di altro che sta "altrove", ma anche qualcosa che si palesa solo in negativo ovvero sottoforma di regole burocratiche incomprensibili ed inutili, duplicazioni assurde, vincoli, inefficienze, tasse e gabelle di ogni tipo, uffici kafkiani, capi-servizio, segreterie, direzioni, commissioni e sottocommissioni. Le istituzioni diventano solo un limite oppressivo.

Se già un Comune viene vissuto come un soggetto estraneo (ci deve pensare sempre il Comune) figuriamoci l'Europa. Ma di quale Europa stiamo parlando? Contro quale Europa si sta rivolgendo l'astio di tanti cittadini europei? 

Quando i grandi soloni della politica e dell'economia si indignano di fronte a queste minifestazioni di dissenso (qualcuno ovviamente ne approfitta anche politicamente per intercettarne il voto) nessuno si domanda il perchè ed il percome di questa reazione. L'Europa non è come gli Stati Uniti. L'Europa, nell'immaginario collettivo, non è quell'ideale di fraternità che si crede. Non è che sventolando il Manifesto di Ventotene convinciamo le persone sulla bontà del progetto europeo, anche perchè non c'è nessun progetto europeo. Non è che parlando di una generica "identità fondata su valori che hanno costituito, e ancor oggi costituiscono, quell'ossatura di ideali e di principi su cui l'articolazione dell'idea di fratellanza e solidarietà che scavalca l'immagine della nazione, sia pur come alveno natio di culture e tradizioni, possa trasformarsi da mero miraggio agognato dai nostri avi che hanno da un lato combattuto in eserciti rivali (ma forse mai veramente nemici), ma contemporaneamente gettato quelle fondamenta per mezzo delle quali ciascuno di noi oggi vede nella visione globale di un continente privo di confini politici armonizzato in una comunità di culture interconnesse da valori..." si costruisce una cultura europea condivisa.

E' ovvio, troppo banalmente ovvio, che nessuno vuole tornare all'idea degli Stati nazione fatta di un campanilismo becero ed ottuso che ha provocato oltretutto due guerre mondiali. E' ovvio che milioni di persone oggi si sentano europee: riusciamo a comunicare a livello globale figuriamoci quanto può apparire piccola l'Europa a chi è abituato a viaggiare e navigare sia in senso fisico che virtuale.

L'Europa che viene messa in discussione è quell fatta di burocrazia, finanza, banche. Questa Europa si palesa solo come regolamenti e direttive. Le istituzioni europee sono un qualcosa che piove dal cielo (nuvoloso della più brutta città d'Europa oltretutto) di cui solo pochi sanno qualcosa. La maggior parte delle persone non sa nulla del Parlamento Europeo che altro non è che una riserva indiana e dorata per politici nostrani trombati cui si vuole attribuire un vitalizio favoloso. E con questi presupposti a breve si voterà pure.

Questa è una Europa che non esiste, che non ha radici nelle comunità locali. E' un nulla: è solo Euro e un'umanità grigia in giacca e cravatta o tailleur, che gira con limousine nere tirate a lucido. Vedere infatti in TV questi personaggi che bisbigliano perle di saggezza tecnica da Bruxelles è la cosa più triste che ci sia. Diciamo che lombrosianamente, già da come si presentano sono la personificazione di questa Europa: gelida, grigia, tutta burocrazia e formule economiche. Questi fantomatici (e super pagati) esperti (ma sono veramente degli esperti? ed esperti in cosa?) fanno paura e ribrezzo per la loro disumanità.

Questa Europa disumana viene messa in discussione. In fondo si chiede solo questo: un po' di giustizia e di umanità per il rispetto della stessa Europa e di quei cittadini europei che in un'idea reale d'Europa credono veramente.

lunedì 3 marzo 2014

Dalla Catastrofe, una Grande Bellezza

E' un periodo questo in cui ritengo non ci sia nulla, ma nulla, per cui valga la pena di riflettere e scrivere qualcosa. Figuriamoci di lottare e di battersi. La politica italiana è ormai una forma di avanspettacolo di basso profilo. La poltica internazionale è poi raccapricciante se si pensa che nel XXI secolo ci troviamo, praticamente in Europa, ad assistere a conflitti e tensioni che immaginavamo ormai archiviati per sempre. Invece si rischia un conflitto di proporzioni difficilmente immaginabili (con il solito bilancio di vite umane) per le solite logiche di potere, controllo geo-politico strategico-militare, controllo sulle risorse economiche e sui corridoi energetici... Cose da pazzi.

Invece una cosa per cui vale la pena riflettere e scrivere è l'Oscar alla "Grande Bellezza". La cosa che mi impressiona di più è che la catastrofe generale della nostra penisola può divenire una forma d'arte. O per lo meno un'espressione di una forma d'arte. 

Gli americani sono maestri nell'inventare i loro miti fatti sempre di riscatto, rivincita, possibilità futuro migliore: penso a "Lincoln", "the Butler", "12 anni schiavo", "the Help" tanto per citare materiale recente. Pagine dramamtiche e vergognose della storia americana diventano mito di riscatto e rivincita. 

Per noi è diverso. La nostra storia recente, e di conseguenza la nostra arte - il cinema in prima fila, non prevede riscatto, rivincita, un grande e radioso futuro. Da noi c'è degrado, catastrofe, vicoli ciechi, impossibilità, corruzione vincente, immoralità imperante, schifo infinito, devastazione... Senza nulla innanzi a noi. Senza una via d'uscita.

Beh, tirare fuori da tutto questo dell'Arte, un'estetica della catastrofe, della devastazione e del degrado non è semplice. In questo vedo la grandezza di questo film. Essere riusciti ad immortalare la nostra meschinità ed il nostro squallore (senza vie d'uscita, senza rimedi, senza salvezza) in quanto forme d'arte. Non c'è redenzione e speranza in questo film, non c'è il futuro migliore davanti a noi: semmai c'è il passato con la sua grandezza ed il presente con il suo nulla umano e materiale. In Italia non c'è futuro: stop. 

E la Grande Bellezza nostrana deriva proprio da questo sconcertante dramma quotidiano... Che perlomeno questa nostra squallida miseria possa essere ammirata in tutto il mondo come Estetica del Degrado.

Grande il monologo di Brecht di Sevillo in "Viva la Libertà"


mercoledì 5 febbraio 2014

Ma che bella scoperta!

Eh sì! Ci voleva l'Unione Europea per dirci che siamo uno dei Paesi più corrotti dell'Europa. Qualcuno, qui da noi, non l'ha presa bene e si è pure offeso. Eppure solo chi ha la testa fra le nuvole può meravigliarsi di questa constatazione. Chi non viaggia mai oltre le Alpi, o se lo fa lo fa da turista a caccia di spaghetti, non può capire quanto la corruzione nostrana contribuisca a scavare un solco spaventoso fra noi e gli "altri". 

La corruzione in Italia è ovunque, anche nelle più piccole cose. Aver trasformato i diritti in favori ha implicato l'attribuzione di un prezzo a tutto. E tutti siamo, più o meno consapevolmente, costretti a pagare. 

Il problema della corruzione nostrana non è la sua pervasività, un problema comunque molto serio. Il problema è che essa è ormai considerata come "normale", fisiologica, inevitabile. Ormai la corruzione è diventata un pattern culturale, una consuetudine, un elemento strutturale della mentalità e del paesaggio culturale italiano: come la torre di Pisa. 

Il problema è che la corruzione è entrata dentro di noi: siamo tutti un po' corrotti. 

Insomma la corruzione più seria è quella etica e spirituale. Questa malattia ha molte implicazioni. In primo luogo l'evasione fiscale. Ma anche la devastazione del territorio, di cui ci ricordiamo solo quando piove, è il risultato della corruzione. La mancanza di infrastrutture, la loro scarsa qualità ed efficienza, il costo decisamente più elevato che tutti i cittadini devono sopportare per la loro realizzazione: tutto è connesso alla corruzione.

Il bello è che continuiamo a far finta di niente e tiriamo avanti come se niente fosse. Ormai a cadenza settimanale salta fuori che qualcuno si è messo in tasca una valanga di soldi, mentre milioni di persone tirano la cinghia. Ci arrabbiamo, ci indigniamo, ma poi costoro, non si sa bene come, rastrellano sempre un fiume di voti. Ergo, il cerchio delle responsabilità si chiude a meraviglia...

Ci accontentiamo di avere questa classe dirigente di sciacalli corrotti ed incompetenti che sopportiamo come una malattia incurabile. Non abbiamo più la capacità di sognare e costruire un futuro migliore di questo.

E mentre mangiamo la nostra minestra la sera stiamo lì a contemplare nei talk show o nei TG questi vecchi e meno vecchi scemuniti che parlano di "bisognerebbe", "sarebbe opportuno", "è auspicabile", "sarebbe indispensabile" ed intanto non fanno nulla... 

E noi che facciamo?

lunedì 27 gennaio 2014

Ricordare

In una terra - come l'Italia - che ha fatto dell'oblio sistematico un vero e proprio stile di vita e di governo, la ricorrenza del "giorno della memoria" assume un significato particolare. Ovviamente si tratta di sottolineare l'importanza del ricordo della Shoa: tuttavia bisognerebbe cogliere l'occasione, in una ricorrenza drammatica come questa, per evidenziare l'importanza del ricordo in tutti i suoi significati più profondi e le sue implicazioni più complesse.

La rimozione sistematica dalle menti di tutto ciò che "è stato" è certamente una delle caratteristiche della società nel suo complesso e nella sua globalità. Questo fenomeno, in continua espansione, ha fatto sì che oggi non solo venga metodologicamente cancellato il passato - più o meno prossimo - ma anche lo stesso futuro. Si vive insomma in un presente dilatato che non ha radici nella storia e non ha prospettive nel futuro. Ciò si traduce in primo luogo in una totale assenza di vergogna (confornto con il passato) e di responsabilità (confronto con il futuro).

Mi preme poi sottolineare che l'oblio è un fenomeno molto complesso. Già fra "ricordare" e "non ricordare" passa una bella differenza dato che il ricordo presuppone un fare, un'azione, una costruzione: il "non ricordare" è frequentemente frutto dell'inazione, del non fare. L'oblio è oltrettutto una rimozione, una devastazione spirituale, la distruzione di un sistema culturale e di valori.

L'Italia oggi è prigioniera dell'oblio. Questo consente la distruzione del nostro patrimonio storico, artistico, culturale e tradizionale senza che alcuno (a parte qualche dichiarazione di principio) batta ciglio. E ciò avviene perchè l'oblio di tutto fa sì che questo patrimonio venga considerato come "irrilevante" il cui valore quindi non viene riconosciuto da alcuno. L'oblio permette poi una libertà di manovra assoluta ad una classe politica e dirigente indecente, nell'indifferenza generale. L'oblio consente ad ampie fasce della società di subire impunemente una continua violenza psicologica e fisica perchè costrette a vivere in condizioni miserabili nella medesima indifferenza generale. L'oblio è ala base dell'apatia che ci soffoca e di quella indignazione da operetta che ci abbandona con una rapidità estrema. 
Tutto è lecito in Italia, tanto si dimentica in fretta. Facciamo così dai tempi delle invasioni barbariche: difficile cambiare un tratto caratteriale così radicato.

L'oblio non ci fa vivere: al più ci fa sopravvivere. L'oblio è alla base della vigliaccheria generale che ci circonda, della mancanza di vergogna, dell'indecenza di certi individui che hanno però il potere di decidere sulla pelle di tutti.

E' su queste basi che è stato possibile commettere il genocidio della Shoa così come tutti i genocidi: l'oblio, l'incapacità di pensare in modo "verticale" (ma solo orizzontale), crea vigliacchi senza vergogna e lo stesso oblio ha fatto sì che milioni di uomini siano stati considerati "irrilevanti". 

Bisogna ricordare. Questo non significa limitarsi a studiare la storia nelle scuole dell'obbligo sottoforma di un elenco sterile di date e successioni di fatti - anche se l'abbandono delle materie umanistiche in generale di certo non aiuta. Ricordare significa costruire una personale e collettiva conoscenza ed una consapevolezza strutturata: significa recuperare il "senso" di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che sarà. Insomma è l'apprendimento nel suo complesso che deve recuperare valore perchè sapere è ricordare, ricordare è sapere. Il ricordo si lega quindi alla conoscenza come valore.

Bisogna ricordare quindi come principio fondamentale della dignità e decenza personale. Coloro che non ricordano, non sono capaci e non vogliono ricordare sono di fatto persone in-degne.

Del resto la stupidità affonda le sue radici nell'oblio.

venerdì 17 gennaio 2014

La grande bellezza, la grande amarezza

Non so francamente se il film "La Grande Bellezza" di Sorretino vincerà un Oscar. Comunque già il fatto di concorrere, considerata la deriva della cultura italiana, è un risultato decisamente rilevante. Riuscire a creare qualcosa che possiede uno spessore culturale importante a livello internazionale è un risultato notevole anche perchè in Italia non c'è la benchè minima considerazione per la cultura, per il talento, la creatività. In fondo poi alla fin fine il film parla proprio di questo: tutta questa storia è quindi un interessante corto circuito intellettivo.

La cosa che mi fa particolarmente riflettere è però la coincidenza con la quale questo film approda alla ribalta internazionale mentre sullo scenario sociale, etico e politico nazionale risaltano sempre le stesse, indentiche squallidisime vicende di corruzione dell'intera classe dirigente italiana, che altro non è che lo specchio del degrado dell'intera società italiana, che altro non è che l'essenza della trama del film. . 

Insomma la cultura italiana fa quello che può per narrare questi tempi in cui alla fine il grigiore di personaggi inconsistenti e privi di spessore sono la cosa di gran lunga migliore che oggi ci possa capitare: il potere dei mediocri è auspicabile rispetto allo strapotere degli sciacalli e delle battone. 

Il tutto avviene avendo sullo sfondo un patrimonio culturale enorme e di una bellezza veramente grande.

Noi poveri uomini e donne senza alcun potere siamo schiacciati in mezzo a tutto questo. Assistiamo allibiti al saccheggio sistematico dei nostri territori e delle nostre vite senza poter fermare questo buldozer di corrotti, incapaci, scialbi e grigi burocrati, ladri, zozzoni, ricattatori, accattoni di ogni genere. 

Effettivamente è come essere al cinema: esattamente le stesse sensazioni di spaesamento, di vertigine, di depressione, di amarezza che ho provato vedendo appunto "la Grande Bellezza". 

Si accendono le luci in sala, ma continuiamo ad assistere allo stesso identico triste spettacolo...


lunedì 16 dicembre 2013

Orgogliosi di essere ignoranti

Cito il seguente aneddoto giusto per dare un segno dei tempi in cui viviamo.

L'altra sera mi trovavo a cena con degli amici: età media piuttosto altina, altrettanto per i redditi medi. Insomma si trattava di una tavolata fra persone tutto sommato benestanti (alcuni più di altri per la verità): le cosiddette persone "per bene".

Non so come è venuta fuori la questione, ma ad un certo punto si discuteva del panorama culturale contemporaneo. Personalmente affermavo che rispetto al Novecento, il nuovo secolo ancora non aveva prodotto qualcosa di realmente originale e caratteristico di questo nuovo secolo: in tutte le arti ancora si vive "di rendita" su quanto ha prodotto il novecento. Raccontavo inoltre che, quando vado in libreria, alla fin fine mi ritrovo a acquistare e poi leggere dei classici del passato: Joyce, Prust, i grandi scrittori russi e francesi, Kafka, Pessoa... Per non parlare poi degli scrittori italiani: in questo, affermavo, mi sembra che ci sia un certo deserto creativo.

Lo stesso mi sembra che accada per la musica o per le arti visive: anche il cinema mi sembra che soffra di una certa crisi di idee. Insomma affermavo che, da un punto di vista di creazione artistica, il XXI di fatto non sia ancora iniziato.

Ad un certo punto, visto l'imbarazzo generale dato che la maggior parte dei presenti sembrava non aver mai nemmeno sentito nominare alcuno degli scrittori o degli artisti che stavo citando, un mio amico è sbottato dicendo con un tono molto serioso:
" Io l'ultimo libro che ho letto, un bel po' di tempo fa, è stata la Settimana Enigmistica e solo per leggere le barzellette!"

In pratica sosteneva che arte, cultura, letteratura, opere d'arte ed architettoniche varie, sono solo cavolate inutili: comprare un libro è una perdita di tempo e di denaro. Andare in Toscana e magari visitare gli Uffizi è una cosa da deficienti. Lui e la compagna, diceva, vanno solo nelle Spa, nei ristoranti di lusso o a vedere negozi e centri commerciali. Andare a visitare i Musei Vaticani è una gigantesca perdita di tempo. Avere interessi che non riguardano le macchine, gli orologi, i cellulari, i tablet, i vestiti, i viaggi nelle mete più gettonate dai Vip è da scemi. Studiare poi, non ne parliamo. Tutte cavolate. Bisogna imparare a stare al mondo cercando di cavarsela fra furbizie, inganni e fregature: altro che Cicerone, i logaritmi, Kant e Manzoni. Bisogna imparare a conoscere le persone che contano, non il Latino o la letteratura inglese.

Il problema è che questa visione era ampiamente condivisa da quasi tutti i presenti. Nessuno legge un libro da anni, nessuno ha visitato una mostra o un museo dai tempi delle gite scolastiche. Tutti fanno i turisti, ma nessuno viaggia: nel senso che non si raggiunge una meta (anche) per visitare il patrimonio culturale locale, ma solo per magnare, farsi massaggiare, fare il bagno in piscina o al mare. Molti sono stati a Parigi solo per andare ad Eurodisney...

Il problema è che la cultura (come accrescimento personale) non può essere ostentata e comunque non può essere comprata perchè richiede un certo impegno personale: è più semplice comprare ed ostentare un grosso SUV. Ecco allora che la propria ignoranza, intesa come disprezzo per la conoscenza e la cultura, è un qualcosa che può essere ostentato: diventa motivo di vanto anche perchè il "sapere" in Italia non premia. Anzi: il contrario.

Orgogliosi quindi di essere ignoranti.


giovedì 5 dicembre 2013

Ah! Ah! Ah!

La recente sentenza della Corte Costituzionale circa l'incostituzionalità di alcuni parti non proprio secondarie dell'attuale legge elettorale lascia a dir poco perplessi.

Dopo tutti questi anni salta fuori che abbiamo "scelto" (si fa per dire) i nostri rappresentanti al Parlamento con una procedura irregolare. Il risultato sarebbe: parlamentari illegittimi, leggi illegittime, compensi enormi erogati a persone che non erano legittimate a riceverli. Questo stesso parlamento illegittimo ha pure scelto l'attuale presidente della repubblica:  ergo...

In breve, qualora ce ne fosse stato bisogno, si conferma ancora una volta la totale ciarlataneria del nostro sistema politico, il pressappochismo e l'improvvisazione come forma di gestione della cosa pubblica, l'illegittimo che diventa legittimo. E' proprio vero che questa è la terra di Pulcinella e di Arlecchino, della commedia dell'Arte e del Melodramma "ove tutto è un falso". 

Quando guardo in TV nei talk show questi signori o leggo i loro blabla sui giornali il tutto ammantato da una rispettabilità e serietà e professionalità che non hanno pressochè mai, mi viene da ridere a crepapelle. Ridicoli...

La democrazia in Italia è morta e sepolta da un pezzo: la corte costituzionale ha di fatto decretato questo. Qualsiasi gruppo di imbecilli, privo della benchè minima competenza giuridica, può fare quello che vuole per un bel pezzo prima di essere scoperto. Ed il bello è, come ci insegna ormai un'esperienza pluridecennale, nulla accadrà di sostanziale. Nessuno è mai responsabile di nulla: a meno che non sei un poveraccio che per sopravvivere ti tocca mettere in tasca un salame in un supermarket. Allora sono guai!

Ma per queste persone che non solo hanno devastato il tessuto produttivo reale (parlo delle imprese vere non i manager delle finanziarie e i consulenti finanziari) ma anche i fondamenti della convivenza civile alla base di una società decente, tutto è permesso. 

Signori belli! Sedete in parlamento senza averne diritto e poi imponete sacrifici enormi alla povera gente onesta senza nemmeno prevedere il benchè minimo sacrificio per voi stessi. Ma a che titolo state facendo tutto questo? Ma chi diavolo siete? Da dove siete venuti fuori? Chi vi ha autorizzato a fare quello che state facendo? Ma chi vi conosce?

Ridicoli. E' tutto veramente ridicolo...

Ah! Ah! Ah! Ah! Che ridere...

giovedì 28 novembre 2013

Non facciamoci illusioni

Quello che sta accadendo in Italia in questi giorni evidenzia, qualora ancor ce ne fosse bisogno, quanto difficile, lento e farraginoso sia il cambiamento. 

L'Italia è una terra dove è estremamente difficile cambiare, progredire, andare avanti. Il "vecchio" non molla mai: in tutti i sensi. Quello che si verifica a livello delle grandi istituzioni statali si ripropone e si ripercuote su tutti i livelli della società. 

Un passo indietro qui non lo fa mai nessuno perchè una volta occupata una posizione (soprattutto se presenta notevoli privilegi) non la si molla più, che la si meriti o meno, che lo dica uno o più giudici, che ci siano sentenze.

Il problema serio in Italia consiste però nel fatto che questo"vecchio" non si materializza solo in aspetti anagrafici o nelle persone, ma soprattutto nelle mentalità, nei comportamenti, nell'etica. 

Non è che rimosso Tizio dal parlamento, il suo "tizismo", come modello di comportamento, verrà meno come stile condiviso da ampi strati della società. Le pessime abitudini sono difficili da sradicare e ci vorranno molti anni ed alcune generazioni prima che una pagina nuova nella storia di questa iellatissima terra potrà essere scritta. 

Chi oggi gioisce e chi si arrabbia, chi festeggia e chi sbraita per la democrazia offesa, può stare tranquillo perchè entrambi si ingannano: non c'è nulla da festeggiare e non c'è nulla per cui arrabbiarsi. Non c'è nulla. 

Come sempre in Italy si respira sempre un'aria di farsa, da commedia dell'arte: oggi come sempre.

Non facciamoci illusioni. Nulla cambia e nulla cambierà in questa lenta agonia...


lunedì 25 novembre 2013

Una società a pezzi

Durante questi ultimi anni grande è stata l'attenzione nei confronti degli effetti della crisi e della recessione sull'economia e sul tessuto delle imprese in Italia. Ritengo che sia tuttavia importante riflettere, per non dimenticare, sugli effetti di questi decenni sulla società italiana.

Intendo dire che a fronte della dismissione e smantellamento di numerose realtà produttive, bisogna registrare un altrettanto smantellamento della società e delle sue componenti. 

Ormai per tutti, per lo meno per tutte le persone che possono definirsi in qualche modo "oneste", non vi sono più punti di riferimento di alcun genere. La devastazione della scuola, dell'università e della ricerca, la demolizione dei servizi sociali, sono di fatto accompagnati dalla distruzione delle relazioni sociali. Non si tratta più di una contrapposizione fra individualismo e solidarismo, ma di un "deserto" sociale e relazionale di proporzioni preoccupanti.

Pensare oggi di costruire una famiglia, sotto qualsiasi etichetta, è un'operazione complessa e costosa che scoraggia la maggior parte dei giovani e dei non-più-proprio-così giovani.  Senza la possibilità di avere una casa (di proprietà o in affitto) e senza mezzi di sussistenza, la famiglia è un lusso sempre più riservato a pochi. 

Idem per avere dei figli. I figli costano e se ci si deve barcamenare in mille difficoltà, allora è meglio rinunciare. Oltrettutto senza servizi sociali, con le scuole in condizioni drammatiche, con città invivibili fatte di quartieri sorti solo sull'avidità di palazzinari e politici, avere dei figli vuol dire imbarcarsi in un'impresa rischiosissima.

Quando poi non ci sono prospettive per il futuro, allora la famiglia ed i figli sono solo "un peso". In realtà il problema più grande è proprio questo: è stata distrutta l'idea di "prospettiva". Oggi pensare in maniera tridimensionale (aggiungendo profondità alla propria esistenza) è diventato sempre più difficile e più raro da riscontrare. E' questa carenza che, secondo me, si pone alla base di quel sentimento diffuso di resa e rassegnazione che ci circonda tutti. 

Non c'è futuro, non c'è un domani di lungo respiro: c'è solo la sopravvivenza quotidiana in mezzo ad uno squallore  che non ha pari nella nostra Storia. In uno scenario del genere, tutto perde di senso.

Questa classe politica dovrebbe pertanto essere considerata criminalmente colpevole non solo di aver dissipato, e di dissipare tuttora, enormi risorse economiche solo per autoperpetuarsi, ma anche di aver sterilizzato l'intera società. Non solo hanno distrutto migliaia di imprese, ma hanno distrutto relazioni sociali e la stessa società italiana. E mentre questo accedeva, e sta ancora accadendo, continuano a saccheggiare risorse economiche, storiche, ambientali, sociali ed umane solo per difendere questa situazione miserabile che qualcuno chiama "status quo". 

Spesso mi chedo: ma questa gente è amdata mai a farsi due passi nelle periferie, nelle campagne, in un pronto soccorso, in una scuola elementare... (senza scorta ed in incognito però se no non vale... )? Così: tanto per farsi un'idea della realtà.

La cosiddetta legge di stabilità dovrebbe prevedere anche una parallela legge di stabilità sociale. Da decenni non vi è nulla, assolutamente nulla, che miri alla tutela di quelle strutture che tengono insieme una società. Abbiamo campato di rendita per anni: ora non c'è più nulla che permetta di campare a sbafo di qualcun altro.

Come ho già scritto altre volte, questi individui non hanno nè le capacità nè tantomeno l'intenzione di tutelare le strutture  e le realtà dell'economia reale. Meno che mai quella di salvare la società italiana nel suo insieme. Ci vorrà un tempo lunghissimo e molte generazioni prima di poter solo pensare di ricostruire tutto quello che si sta distruggendo oggi.

La speranza è l'ultima a morire, ma alla fine anche la speranza muore.

mercoledì 23 ottobre 2013

Un libro di testo scolastico

Mio figlio frequenta il secondo anno del Liceo Scientifico. L'altro giorno, studiando storia dell'arte, mi ha fatto notare alcuni passi del suo libro di testo di Storia dell'Arte. Ritengo che sia utile condividere queste riflessioni per, quantomeno, tentare di comprendere la profondità dell'abisso in cui siamo precipitati.

Riporto le testuali parole per non essere frainteso. Segnalo inoltre che il libro può essere visualizzato in questo link. Il testo in questione si intitola "Itinerario nell’arte, Dall’arte paleocristiana a Giotto, Versione arancione". Gli autori sono Giorgio Cricco e Francesco Di Teodoro. Editore Zanichelli.

Il paragrafo relativo all'arte paleocristiana si apre con queste parole (il grassetto è mio):

"Del cristianesimo si è avuto più d’una volta occasione di parlare. Il credo cristiano, da religione semplicemente tollerata alla stregua di tante altre, ebbe una diffusione così capillare da diventare, in seguito al Concilio di Nicèa (325), religione ufficiale dell’impero e, nel 380, addirittura unica religione ammessa nello Stato. Questo, però, non vuol dire che il paganesimo cessasse in quel momento di esistere; anzi, continuò a sopravvivere a lungo, soprattutto nelle campagne, almeno fino a circa il VI-VII secolo. Conviene ricordare a tal proposito che, non a caso, il termine pagano deriva dal latino pàgus, villaggio, i cui abitanti (i contadini, appunto), sempre restii a ogni mutamento, lo furono anche nell’ambito della religione tradizionale e dei suoi riti."

La raffigurazione di questi contadini "sempre restii ad ogni mutamento" è così naive da rendere difficile qualsiasi commento. La mancanza di una qualsiasi analisi storica degna di questo nome, spinge di fatto a produrre un mero pregiudizio di una superficialità a di poco sorprendente. Che dire di un'intera classe senatoriale (Simmaco e Pretestato in testa - non stiamo parlando di contadini) che tentava in tutti i modi di salvare, insieme ad una tradizione millenaria, la stessa integrità politica ed etica dello Stato e della Società Romana? Non viene il dubbio agli autori che il termine Pagus si riferisca, oltre che al "villaggio", anche a qualcosa di più complesso? Sono stati scritti fior di saggi sul significato reale di "pagano": io li ho letti, lo facessero anche loro... Tanto per farsi un pochino di cultura P. Chuvin "Cronaca degli ultimi pagani", Paideia Editore (giusto per citare un titolo...)

Ma poi il paragrafo continua:

"I cristiani, lo si è già visto, saranno gli unici eredi della vera mentalità romana. Il cristianesimo, quindi, poté divenire potente anche perché da religione rivoluzionaria (addirittura pericolosa e fonte di problemi per la sicurezza dell’impero, dal momento che, conformemente alla fede, rifiutava di riconoscere la natura divina dell’imperatore), aveva pian piano accettato la concezione romana dello Stato. Nel IV secolo, addirittura, grazie alla sua organizzazione e alla sua ricchezza, si presentava come l’unica forza capace di dargli vitalità e di ereditarne le funzioni. La storia del cristianesimo, dunque, finisce per confondersi con quella stessa di Roma e anzi ne diventa, di fatto, parte integrante."

Anche in questo caso si riportano idee e concetti anti-storici. Questi sono solo pre-giudizi privi di qualsiasi fondamento storico. Il cristianesimo non è mai stato, e mai lo sarà, in continuità con la Tradizione Romana. Non lo era all'epoca, figuriamoci oggi. Il cristianesimo ha sempre lavorato per sgretolare la mentalità romana e la sua etica. Etica Romana ed etica cristiana non hanno alcun punto in comune. Nessuno. Questo deve essere ben chiaro, altrimenti si rischiano dei frantendimenti colossali come hanno fatto questi esimi studiosi.

Il cristianesimo è stato di fatto una soluzione violenta, irrazionale e spesso folle con una tradizione che era ben più antica di quella Romana. Roma ne aveva tenuto il testimone, un testimone che è andato perduto con l'avvento del cristianesimo. Il fatto che la chiesa cristiana si sia impossessata con la violenza il più delle volte dei riti, dei luoghi, dei culti, del linguaggio, degli emblemi della tradizione romana non significa che li abbia accettati: è stata un'usurpazione, un saccheggio culturale. La sovrapposizione delle festività cristiane su quelle romane è solo servito a far digerire alle persone un credo che di fatto non riuscivano a digerire. Lo stesso è avvenuto con le chiese cristiane che spesso erano costruite fisicamente sopra  i templi per scacciare l'antico e imporre il nuovo sugli stessi siti. Il cristianesimo è stato imposto con la forza contro la volontà di milioni di uomini e donne (e queste ultime hanno pagato il prezzo più alto di questa allegra conversione).

Questi sono fatti storicamente documentati e facilmente accessibili anche ad un pubblico di non addetti ai lavori. Possibile che si debba ancora sentire queste favole prive di qualsiasi fondamento? Nel 2013 siamo ancora con i luoghi comuni degli Indiani cattivi ed i cowboys buoni? Ma andiamo!

Il paragrafo prosegue:


"D’altra parte, gli artisti e gli artigiani che lavoravano per i cristiani e per i pagani erano gli stessi (e non avrebbe potuto essere diversamente). Non c’è, quindi, discontinuità fra arte romana e arte cristiana".

Anche questa è un'affermazione antistorica di un'ingenuità sconcertante. Che gli artisti o gli artigiani potesero essere gli stessi non significa nulla e non garantisce continuità fra le due arti. Infatti la discontinuità fu totale e soffertissima perchè il sistema di valori di riferimento non poteva essere più divergente. 
Non essendoci alcuna possibilità di contatto fra l'etica romana e l'etica cristiana (meno che mai fra le due religioni - anche se è una forzatura parlare di Religione Romana in senso moderno) non vi era alcun momento di contatto fra le espressioni artistiche che materializzavano tali valori. Il discorso sugli "artisti" è oltretutto molto sottile. Basta pensare che, anche questo è storicamente documentabile, molti artisti o architetti tradizionali tentarono di celare nelle realizzazioni fatte su commissione della nuova religione (la maggior parte dei suoi esponenti erano totalmente ignoranti su queste tematiche da iniziati) molti simboli ed espressioni della tradizione "antica". Molte basiliche romaniche infatti molto spesso altro non sono che templi camuffati ove è fin troppo facile comprendere a quali divinità queste basiliche furono dedicate. Molto spesso poi nelle raffigurazioni della madonna facilmente possiamo ritrovare l'immagine di Iside, della Bona Dea, della Magna Mater, di Cibele o di Cerere. Il tutto per far sopravvivere in qualche modo i culti antichi non perchè non c'erano altri artigiani in circolazione. Come si fa ad essere così ingenui? Ma pensano veramente che quei secoli di transizione siano stati un periodo di rose e fiori?

Non parliamo poi dell'arte gotica ove tutta questa simbologia ermetica è fin troppo evidente... Mai letto Fulcanelli?

Andiamo avanti...
"Soprattutto durante i primi due secoli dalla nascita di Cristo l’unica differenza fra arte pagana e cristiana va còlta nel diverso valore simbolico che i cristiani attribuivano a certe raffigurazioni. Infatti, se una qualunque scena di vendemmia, con la rappresentazione di viti e grappoli d’uva, per un pagano non era altro da quello che mostrava di essere, per un cristiano,invece, si caricava di valori simbolici (...) Allo stesso modo la raffigurazione di un pesce per un pagano altro non era che quella di un animale acquatico, mentre per il cristianocostituiva il simbolo stesso del Cristo.(...) E ancora, un pastore con le pecore è, per un pagano, parte di una scena agreste, per un cristiano raffigura Gesù Buon Pastore, o un uomo con le braccia sollevate rappresenta un orante che si pone nella stessa posizione di Cristo sulla croce e un pavone non è solo un uccello che rallegra una pittura di giardino o decora un colombario pagano, ma simbolo di eternità, mentre la fenìce, un uccello mitologico che rinasce dalle sue ceneri, è simbolo della resurrezione di Gesù."

Ma stiamo scherzando? 

In questo caso ai pregiudizi privi di qualsiasi fondamento si sommano espressioni che denunciano la totale ignoranza sulla materia. La complessità del simbolismo antico - che si accompagna alla complessità della declinazione dei miti - è fin troppo nota. Che i simboli esprimessero ciò che non si poteva esprimere con parole, che aprissero un mondo "altro" irraggiungibile ai profani, tutto ciò è "pane quotidiano" per un qualsiasi Cultor e Cultrix.

Tutta la letteratura sulla simbologia antica e sacra viene buttata a mare in un attimo: Frazer e Kerenyi, Dumezil, Guenon e Eliade... l'elenco è fin troppo lungo. 

Non pretendo che questi signori abbiano una conoscenza sia pur superficiale di Giamblico, Proclo, Porfirio, Libanio, Nonno di Panopoli o Plotino (per non parlare dei Pitagorici!), ma affermare delle sciocchezze simili è fuori dalla portata di un qualunque estimatore della cultura antica, figuriamuci di un Cultor o di una Cultrix. Citare poi i primi due secoli della nascita di cristo è un tirare ad indovinare che porta ad ulteriori errori: in quel periodo infatti il cristianesimo era una setta molto poco diffusa che non possedeva una simbologia propria. Tanto per dirne una: lo sanno questi esimi professori che la croce è un simbolo pagano molto, ma molto più antico di quanto riescano ad immaginare? E lo sanno questi signori che la croce venne adottata dai cristiani in un'epoca relativamente recente? E lo sanno che sulle chiese, fino al medioevo avanzato, sulle chiese vi era un gallo (simbolo di Mercurio) e non una croce? Ma conoscono il valore sacro e simbolico della geometria?

Citare a vanvera la vite (simbolo dionisiaco complessissimo di cui ho parlato anche su questo blog) o il pavone o la fenice è un autogol magistrale... chiunque mastichi un minimo di cultura romana conosce perfettamente il significato di questi simboli... Ma questi professori non lo sanno. 

E allora mi chiedo: secondo questi signori che cosa può essere il caduceo? Un bastone di legno con due serpenti attorcigliati così a casaccio? Un gioco di società? Una bizzarra rappresentazione di fantasia? Una marca greca di medicine?
 
Con poche parole liquidano di fatto millenni di cultura, simboli, miti, tradizioni, valori. Siamo proprio nell'età oscura, nell' "età ultima" (Kali Yuga) in cui tutto ciò che è "superiore" diviene incomprensibile...
 
Faccio molta fatica a commentare queste affermazioni. Ritengo che sia molto grave e pericoloso reperirle su un libro di testo destinato alla formazione scolastica. Non si può creare cultura su queste basi e non si può pretendere che i ragazzi e le ragazze studino queste sciocchezze prive di fondamento storico. Come possono apprendere qualcosa se chi insegna non "sa"?

Si generano, nella migliore delle ipotesi, delle visioni ed opinioni totalmente distorte e prive di qualsiasi legame con la realtà. Si contribuisce a creare generazioni di persone che sono del tutto incapaci di apprezzare e comprendere il significato dell'arte antica, con la sua simbologia ed il suo messaggio più vero e profondo.

Non si può scrivere sui libri di testo quello che ci pare o la prima cosa che ci passa per la testa o, peggio, quello che ci fa più comodo.  

Penso che imparare male sia peggio che non imparare affatto.

Mi meraviglio che un testo di una così scarsa qualità sia stato pubblicato da un editore piuttosto importante ed adottato dalla scuola. Tutto questo dimostra solo il basso profilo di tutta la filiera culturale in Italia.

Abbiamo il diritto ed il dovere di opporci fermamente contro queste espressioni becere di pregiudizio, superficialità e assenza di rigore scientifico. Concludo asserendo che personalmente mi batterò, in tutte le sedi cui avrò accesso, per denunciare pubblicamente queste sciocche aberrazioni che nulla hanno a che vedere con una cultura degna di questo nome.


Rimetto poi al giudizio dei lettori ogni ulteriore commento a riguardo.

venerdì 18 ottobre 2013

The End

E' da un po' di tempo che vado scrivendo su questo blog circa il collasso definitivo ed irreparabile dell'Italia. Mi sono fatto questa convizione non tanto attraverso studi o ricerche: non ho elaborato dati, statistiche ed indici. Ho maturato questa convinzione semplicemente girando per le strade e per le piazze, ascoltando quello che la gente dice e non dice, osservando quello che la gente fa e non fa. Insomma si tratta di una prospettiva totalmente empirica "in vivo" che tiene conto del comportamento della gente comune, le loro visioni: è la realtà in cui io stesso, con la mia famiglia sono immerso nella nostra quotidianità.

E' sostanzialmente quello che manca a qualsiasi politico italiano: non hanno la benchè minima idea della situazione del tessuto sociale, etico ed economico di questa sfortunatissima terra. O, se lo sanno, si girano dolosamente da un'altra parte. Vivendo chiusi nelle loro logiche, nelle loro stanze e nei loro uffici non sanno nulla di nulla. La realtà prospettata dagli esperti poi è un po' come i rendering degli architetti: illusioni. E su queste illusioni i politici elaborano le loro complicatissime manovre.

La totale assenza di un sia pur pallido collegamento con la realtà aggrava la già scarsa qualità umana della classe dirigente italiana: formichine intente solo a saccheggiare tutto il possibile.

Da qualche tempo circola il post di Roberto Orsi che incollo qui di seguito. Il testo originale è su questo link.

Che dire? Mi sembra un'immagine anche un tantino riduttiva della situazione perchè la realtà è di gran lunga più grave e più seria di quanto da lui descritto. 

Non parla mai del fardello della criminalità organizzata, che di fatto ha il controllo di gran parte della società, della politica e dell'economia nazionale. 

Non parla dell'evasione fiscale, del sommerso e dell'economia dei sotterfugi che non hanno solo implicazioni economiche, ma sono espressioni di un vero e proprio mudus vivendi del Made in Italy. 

Non parla della violenza fisica e psicologica cui siamo tutti allo stesso tempo sottoposti ed artefici in un modo o nell'altro: stretti fra ricatti, clientele, favori e scambi di ogni genere. 

Non parla della distruzione sistematica del paesaggio, delle risorse naturali, del patrimonio artistico-archeologico, della devastazione delle risorse culturali e cognitive (know-how, saperi, competenze,ecc...). 

Non parla dell'avvelenamento definitivo di tanti territori italiani, fatto sotto gli occhi di tutti con il beneplacito di tutti. 

Non parla della deriva della scuola pubblica e della pagliacciata del circo delle università italiane. 

Non parla dell'ignoranza degli italiani che ha ormai raggiunto livelli tali da diventare un vero e proprio strumento di controllo di massa.

Non parla della sorte delle donne in Italia, strette fra botte e coltellate e la mignottaggine zoccoloide pigmentosa del berlusconismo.

Non parla del fatto che alla fine sono le donne italiane che rimpiazzano il walfar state in ritirata.

Non parla della considerazione nulla che ha l'infanzia nel nostro Paese (i poppanti non votano...).

Non parla dell'invecchiamento patologico, non solo anagrafico, della società italiana.

Non parla della totale invivibilità delle nostre città che diventano alla fine fucine di depressi e frustrati (e anche criminali).

Non parla dell'immoralità diffusa e radicata in ampi settori della società italiana: si tratta di mentalità, comportamenti e visioni saldamente innestati nelle coscienze della cosiddetta gente comune. Uno spaventoso deficit etico che di fatto spiega la strizzatina d'occhio che politica e società si fanno in continuazione da decenni: "tu lasciami in pace che io ti lascio in pace e poi ti voto"

Non parla del "chiagni e fotti" ormai sinonimo del più autentico "Made in Italy".

E poi il Vaticano: meglio glissare...

Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. Peggiorerà.
Il governo sa perfettamente che la situazione è insostenibile, ma per il momento è in grado soltanto di ricorrere ad un aumento estremamente miope dell’IVA (un incredibile 22%!), che deprime ulteriormente i consumi, e a vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie. Le probabilità che questo accada sono essenzialmente trascurabili. Per tutta l’estate, i leader politici italiani e la stampa mainstream hanno martellato la popolazione con messaggi di una ripresa imminente. In effetti, non è impossibile per un’economia che ha perso circa l’8 % del suo PIL avere uno o più trimestri in territorio positivo. Chiamare un (forse) +0,3% di aumento annuo “ripresa” è una distorsione semantica, considerando il disastro economico degli ultimi cinque anni. Più corretto sarebbe parlare di una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione.
Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L’Italia non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori. La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza , l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione certa.
L’Italia ha attualmente il livello di tassazione sulle imprese più alto dell’UE e uno dei più alti al mondo. Questo insieme a un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d’Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese . Non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale: un grande flusso di aziende italiane si riversa nella vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli. A un recente evento organizzato dalla città svizzera di Chiasso per illustrare le opportunità di investimento nel Canton Ticino hanno partecipato ben 250 imprenditori italiani.
La scomparsa dell’Italia in quanto nazione industriale si riflette anche nel livello senza precedenti di fuga di cervelli con decine di migliaia di giovani ricercatori, scienziati, tecnici che emigrano in Germania, Francia, Gran Bretagna, Scandinavia, così come in Nord America e Asia orientale. Coloro che producono valore, insieme alla maggior parte delle persone istruite è in partenza, pensa di andar via, o vorrebbe emigrare. L’Italia è diventato un luogo di saccheggio demografico per gli altri Paesi più organizzati che hanno l’opportunità di attrarre facilmente lavoratori altamente, addestrati a spese dello Stato italiano, offrendo loro prospettive economiche ragionevoli che non potranno mai avere in Italia.
L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica , che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano. L’interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale. L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che Monti ha aggravato la già grave recessione. Letta sta seguendo esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia.
In conclusione, la rapidità del declino è davvero mozzafiato. Continuando su questa strada, in meno di una generazione non rimarrà nulla dell’Italia nazione industriale moderna. Entro un altro decennio, o giù di lì, intere regioni, come la Sardegna o Liguria, saranno così demograficamente compromesse che non potranno mai più recuperare. I fondatori dello Stato italiano 152 anni fa avevano combattuto, addirittura fino alla morte, per portare l’Italia a quella posizione centrale di potenza culturale ed economica all’interno del mondo occidentale, che il Paese aveva occupato solo nel tardo Medio Evo e nel Rinascimento. Quel progetto ora è fallito, insieme con l’idea di avere una qualche ambizione politica significativa e il messianico (inutile) intento universalista di salvare il mondo, anche a spese della propria comunità. A meno di un miracolo, possono volerci secoli per ricostruire l’Italia."