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venerdì 1 febbraio 2013

La fabbrica delle "conoscenze"

La notizia secondo la quale in Italia in questi ultimi anni si sarebbe registrato un calo molto netto nelle iscrizioni universitarie non lascia meravigliati più di tanto. Del resto: come avrebbe potuto essere altrimenti?

I motivi sono tanti e le conseguenze sono molto pesanti.

1) In un Paese dove conta più l'economia delle "conoscenze" (know who) rispetto all'economia della "conoscenza" (know how) non ha molto senso impegnare tempo, soldi e fatica in una qualsiasi attività che implica un investimento nelle proprie capacità. Questo significa impegnarsi in una crescita culturale sotto forma di studi universitari (ma anche la stessa scuola superiore), formazione professionale, corsi di perfezionamento, master, ecc... E poi anche leggere un libro non ha più molto senso. Dedicare tutti questi sforzi per migliorare la propria formazione per poi essere puntualmente scavalcati dall'ebete di turno (ben connesso ed introdotto) a lungo andare crea un'atmosfera di sfiducia assoluta nella cultura. Che senso può avere? E poi l'università costa una tombola: chi si può permettere una spesa simile che poi non garantisce alcun futuro? Semmai ci si dedica a creare relazioni con persone che contano: ciò è l'unica cosa che oggi serve realmente. Il resto sono balle. 

2) In Italia si investe pochissimo in formazione, università e ricerca: il risultato è che questo sistema, visto solo come un costo, è del tutto inefficiente e non in grado di fornire un servizio all'altezza delle necessità di una società avanzata. Siamo ridotti al lumicino: basta fare un giro in una qualsiasi università straniera (senza bisogno di andare in America) per capire questa condizione nostrana di pietà assoluta.

3) La mafia accademica, ove imperversa il sistema citato nel punto 1, ha creato in fin troppe occasioni un apparato di docenti e ricercatori che hanno fatto carriera con le conoscenze, senza merito e competenza. I migliori sono puntualmente frustrati e o accettano le regole di questo sistema (fatti da parte e lavora per altri) o mollano. Il risultato è che una selezione particolarmente avversa ha generato un'umanità melmosa che occupa tutti i posti, spreca il poco denaro che c'è in circolazione, umilia il sistema ricerca-università italiano che non brilla nelle classifiche internazionali.

La "perdita di senso" è la conseguenza più grave del degrado generale in cui versa l'università e la ricerca italiane. Inoltre questo sistema dovrebbe generare la futura classe dirigente di questo Paese: ma, viste le premesse,  quello che verrà fuori in futuro sarà una classe dirigente fatta da ignoranti, incompetenti ed impreparati. 

Bisogna salvare questi settori dal degrado, non solo investendoci più risorse, ma restituendo dignità al "sapere" anche tramite personalità capaci, creative e meritevoli.

La cultura crea persone critiche e dalla mente indipendente: l'ignoranza genera dei servi in balia dei pregiudizi, influenzabili e pronti a prostituirsi al primo millantatore di turno. Questo è quello che ci sta di fronte. 



Della serie: "al peggio non c'è limite"


lunedì 16 luglio 2012

Cuts and research

The Italian Research Institute on Food and Nutrition has been cancelled as effect of the policy  of State budget cuts. This is an occasion to make some reflections.

With a simple mark on the budget plan the activities of an essential Institute has been cancelled, whose importance has been relevant to promote and support the Italian agrofood productions: skills, know how, expertises are now dispersed. All this is surely extremely critical.


Moreover, this measure evidences once again that in Italy, in the politicians' mind, research and innovation are considered as mere "costs" rather than investments. A cost is on the contrary the huge amount of money necessary to feed an indecent political class, an inefficient administrative apparatus and bureaucracy, unsustainable military expenses, nonsense infrastrucutres... Surely all this is not an investment.

The only way to gain few coins is to push the educational and research systems to a definitive collapse.


Only these indecent politicians cannot understand that the only possibility to restructure our economy is focused on education, research, creativity and innovation. These politicians are driving this country to a complete ignorance as government tool, maintaining the current status quo and letting the worst aspects of  italian politics of the last decades come back again.


I'm still wonder how all this can be possible...


La soppressione dell'INRAN

La notizia della soppressione dell'l'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) nell'ambito della politica di tagli e risparmi di questo governo, è per me motivo di profonda riflessione. 

Da una parte viene, con un tratto di penna, cancellato il lavoro di un istituto essenziale per la promozione del Made in Italy agroalimentare, messo a rischio il destino del personale precario e disperse le competenze finora maturate. Queste sono tutte problematiche indubbiamente serie. 

Tuttavia questo atto evidenzia come in Italia la ricerca sia ancora considerata una mera voce di costo e non un investimento. I costi e le spese infruttifere che il nostro Paese deve sostenere sono altrove. Sono nella politica, nella macchina burocratica-amministrativa, nelle spese militari per missioni insostenibili, in infrastrutture senza senso fatte solo per foraggiare alcune imprese ben agganciate, nelle consulenze di lusso, nelle super-pensioni, nei super stipendi dei manager... Si continua a devastare la scuola e la ricerca per rimediare degli spiccioli.

Solo degli incompetenti o dei pericolosi criminali non riescono a comprendere che l'unica possibilità per rimettere in piedi l'economia è investire nella creatività e nella generazione del pensiero e delle idee. Si sta riducendo questo Paese all'ignoranza completa al fine di consentire il mantenimento dello status quo e, ove possibile, la re-imposizione di tutto ciò che ci può essere di più becero e di più degradato di questi ultimi decenni.

Mi chiedo come sia possibile continuare a permettere tutto questo...

Si può anche leggere questo articolo 

domenica 26 febbraio 2012

Artificial Meat

On the italian website "Il Fatto Alimentare" an interesting interview (in italian) has been recently published: it has been interviewed Dr. M. Post one of those researchers involved in the project for the creation of the artificial meat.

In my opinion the discussions about the potentials for a reduction (thanks to this kind of meat) of the impacts of livestock and meat production (pollution, emissions, energy consumption) are missing the point. I think that the real problem is the global reduction of meat consumption rather than the optimization of its production (involving any kind of meat).

I think that we are, even if only potentially at present, dealing with a typical techological trap.  Instead of completely changing the current technological trajectory (based on high meat consumption) these studies are finding solutions and definitively improving production continuously moving onward the present problem without solving it definitively. We have the same problem in car industry. Instead of designing and implementing new engines based on renewable energies (thus changing the technological trajectory), car industry tends to devolop engines which surely consumes less fuel, but, for this reason, these reduction may push people to use car more (because car are consuming less): in conclusion we are finally consuming more fuel than in the past.

I think that we are facing the usual problem: we give a scarce value to the food we normally eat and these researches confirm it once again...

Carne Artificiale

Sul sito "Il Fatto Alimentare" è stata recentemente pubblicata questa intervista con Mark Post, uno degli inventori della cosiddetta "carne artificiale". Ritengo sia utile leggere questo articolo per farsi per lo meno un'idea sulla questione.

Per quanto mi riguarda, non contesto il fatto che con questo tipo di ricerche sarà possibile in futuro limitare l'impatto dell'industria dell'allevamento per produzione di carne (inquinamento, emissioni, consumo di energia). Credo però che il problema non sia produrre più carne (di qualsiasi tipo essa sia) quanto ridurre il consumo di carne. Penso che ci troviamo di fronte, anche se ancora a livello potenziale, alla solita trappola tecnologica: invece di cambiare totalmente traiettoria tecnologica (ridurre il consumo) si trova una soluzione alla produzione spostando più avanti il problema senza di fatto risolverlo. E' come nel caso dell'industria automobilistica. Invece di disporre di motori spinti da energie rinnovabili (cambiamento di traiettoria) si mettono a punto motori che apparentemente consumano meno, ma che di fatto, proprio per questo, ci spingono ad usare di più l'automobile (dato che sembra consumare poco) e quindi a consumare nel complesso di più.

Penso che il problema sia sempre lo stesso: attribuiamo pochissimo valore al cibo che consumiamo e questa è l'ennesima conferma.

martedì 21 febbraio 2012

Addio Renato!

La morte di Renato Dulbecco è per me motivo di varie considerazioni. Penso che, anche se aveva quasi 100 anni, si tratti di una grande perdita per il pensiero scientifico mondiale ed in particolare per quello italiano sotto molteplici punti di vista,

Dulbecco, come gli uomini e le donne di intelletto come lui, sono una risorsa scarsa, molto scarsa. Se si pensa poi che queste scarse risorse umane in Italia vengono spesso marginalizzate o ignorate, fa sì che appaiano ancora più preziose perchè estremamente scarse. Chi può fugge dall'apparato scientifico italiano perchè in troppe occasioni impossibilitato o impossibilitata a far valere il proprio talento a causa dell'imbecillocrazia dilagante e per la cronica scarsità di risorse che la politica (troppo impegnata a nascondere i quattrini pubblici) dedica con il contagocce alla ricerca e alla scuola. Chi rimane sa già in partenza con cosa ha a che fare quotidianamente.

Perso un Dulbecco, non è che in quattro e quattr'otto se ne fa un altro. Se in passato ci volevano decenni per disporre di intelligenze simili oggi il tempo si è di fatto triplicato. I Dulbecco non sono più tanto facilmente sostituibili e ciò è confermato dalla totale assenza di personalità scientifiche italiane al Nobel.

Addio allora Prof Dulbecco e magari da lassù dove i cattolici sono certi che in questo momento lei sia, metta una buona parola con chi sa lei per la ricerca scientifica italiana.

martedì 30 novembre 2010

Lettera aperta degli studenti e delle studentesse della Rete della Conoscenza alla società civile, all'opposizione sociale, ai cittadini in lotta.

Pubblico di seguito il testo della lettera aperta degli studenti e delle studentesse della Rete della Conoscenza. C'è effettivamente poco da commentare e da aggiungere. L'unica cosa che vorrei sottolineare è che la mobilitazione della scuola, dell'università e della ricerca scientifica (non da ultimo la protesta dei ricercatori italiani al CERN) non è un fenomeno di settore: non ci troviamo di fronte a delle mere rivendicazioni lavorative o salariali. Per lo meno non solo questo. La scuola e la ricerca scientifica sono luoghi della mente (almeno così dovrebbe essere) pertanto la mobilitazione di questi uomini e donne è una mobilitazione politica nel senso più corretto del termine: è il tentativo di svegliare l'intera società civile italiana che da tempo, troppo tempo, ha definitivamente smesso di ricorrere all'esercizio mentale, alla cultura e alla conoscenza come stimolo alla responsabilità individuale e collettiva, come coscienza critica e consapevolezza. Non è quindi uno scontro fra universitari e un Ministro oppure fra universitari ed un Premier. Qui c'è il confronto fra due diverse Italie o due modi di concepire l'Italia e la Res Publica. Al di là di singole rivendicazioni questo è il grande merito di queste persone: l'aver dato un segno che dimostra che un'altra Italia è possibile, un'altra Italia esiste. E la politica resta a guardare: non c'è una sola forza politica, un solo leader politico capace di farsi portavoce di questa Italia "Altra".

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Siamo studentesse e studenti che da settimane sono in mobilitazione permanente.

Centinaia sono le scuole e le università occupate, migliaia gli studenti e le studentesse che hanno inondato le piazze negli ultimi mesi, contro la più grande rapina della storia del nostro paese: il furto del nostro futuro.

Paghiamo la precarietà come condanna esistenziale. Nello studio come nel mondo del lavoro le nostre vite sono ridotte a merce da sfruttare per ingrassare i portafogli di chi ha provocato la crisi.

Le nostre scuole e le nostre università sono sommerse dalle macerie prodotte da vent'anni di politiche scelerate, di tagli e finte riforme che hanno ridotto l'accesso alla conoscenza ad un bene esclusivo per pochi che nonostante la possibilità di conseguire un titolo di studio sono costretti ad emigrare, a fuggire dal disastro economico, sociale e civile in cui versa il nostro paese.

Siamo studentesse e studenti, indignati nei confronti dell'attacco ai diritti generalizzato in tempi di crisi che colpiscono noi, il mondo del lavoro e dei beni comuni. Hanno tentato di isolarci, di dividerci, di metterci ai margini della società. Ci mobilitiamo perchè vogliamo uscire da questa marginalità e riprenderci il diritto a cambiare la politica e a riconquistare un presente e un futuro all'altezza dei nostri sogni, di essere realmente liberi dalle nuove schiavitù. L'attacco che subiamo nelle scuole e nelle università è lo stesso che propone la Confindustria agli operai di Pomigliano, è lo stesso che subiscono le popolazioni campane sommerse dai cumuli di immondizia, è lo stesso delle popolazioni aquilane prese per i fondelli dall'illusione della “ricostruzione”, è lo stesso degli immigrati di Brescia saliti su una gru ed espulsi appena scesi.

Il governo Berlusconi sta per cadere. Forse è già caduto: a prescindere dall'esito del voto parlamentare del 14 dicembre, il blocco sociale che ha irresponsabilmente sostenuto il governo finora si è sgretolato, sotto i colpi degli scandali sessuali, della corruzione ostentata. La fine di questo governo, che definiremmo ridicolo se non fossero tragiche le conseguenze del suo operato sulla vita di tante donne e uomini, non può che essere una buona notizia per qualsiasi cittadino, e come tale va celebrata. Ma ci sarebbe poco da festeggiare, la sera del 14 dicembre, se Berlusconi cadesse al termine di una partita giocata interamente all'interno del Palazzo. Non ci basta.

La liberazione che meritiamo richiede un risveglio collettivo, richiede la rivolta pacifica e determinata di chi è stanco di essere suddito, richiede che noi, uomini e donne che vivono in questo paese, scendiamo in piazza per sfiduciare davvero Berlusconi. Non aspettiamo Fini o suoi simili, non appendiamoci ancora una volta all'effimera volontà di parlamentari comprati e venduti come vacche da latte, non sottoponiamoci al supplizio di dover assistere da spettatori al tragicomico spettacolo che è diventata la nostra democrazia. La vera opposizione siamo noi, come abbiamo ampiamente dimostrato nelle tante lotte che abbiamo condiviso negli ultimi anni, nel grande silenzio della “grande politica”.

Il 14 dicembre saremo in piazza in tutta Italia ma non ci limiteremo a sfiduciare il governo, al contrario, dimostreremo che noi, generazione precaria e senza futuro, non siamo sfiduciati. E' arrivato il momento di passare dalla resistenza alla riscossa. Sosteniamo l'appello lanciato dal percorso “uniti vs la crisi” che convoca le iniziative per quella data, lo raccogliamo e lo rilanciamo all'interno dei territori, nelle scuole e università perchè convinti che la mobilitazione per il 14 si debba allargare e moltiplicare con l'obiettivo di un'ampia partecipazione popolare.

Il governo è precario come noi, ma, a differenza di Berlusconi e dei suoi vassalli di oggi e di ieri, a differenza di chi lo sostiene e di chi abbandona la barca, noi non cadiamo. Noi il giorno dopo saremo ancora lì, nelle scuole, nelle università, tra le macerie di questo paese, pronti a costruire un'alternativa, pronti a ricostruirci il futuro. Se il 14 dicembre finirà un'epoca, la prossima saremo noi. Facciamo delle mobilitazioni di questi mesi, delle relazioni che abbiamo costruito, delle idee che abbiamo elaborato, l'inizio della nuova Italia. Mobilitiamoci in tutte le città, invitiamo la società civile, i lavoratori e le lavoratori, il mondo della cultura e i cittadini in lotta a costruire con noi una vera e propria giornata di liberazione. Mandiamolo a casa, costruiamo il futuro.

giovedì 25 novembre 2010

Scientific Research and Riots

In these days teachers, students, researchers and scientists are demonstrating in Italy with many manifestations which in some occasions involved clashes and riots with police. Yesterday some clashes happened in front of the Senate.

Unfortunately, in a country suffering a strict political control over information, these public manifestations remain the sole tool to make the voice of italian scientific researc aloud.

Italian scientific knowledge is trying to oppose to that Italy made of different kinds of knowledge. This distinction is particularly important in Italy because there are in fact different types of knowledge: in particular Italy is presently suffering the perverse effects of that knowledge made of privileged political relations which are choking all the rest.

When public education and scientific research are pushed to an end deprived of investments and resources in favour of private entities or different sectors (such as the military one and his mission abroad) it means that strange affaires are made on the people skin. We cannot pay the bill of political corruption and the everyday waste of an enormous amount of public resources cutting investments on education and research. Yes, because any coin used for education and research is an investment, not a cost.

Science has not an economic value per sé: maybe the development of some scientific findings may have some economic value. But when education and research can be adequately fostered, the society as a whole can live a real progress. This is the main factor differentiating Italy to many other european countries where education and research are properly considered. And this difference is rather evident. Degrade in education and research are always accompanied by a degrade in ethics and in the public life. Ignorance becomes total. Apathy and lack of awareness are widespread. But in Italy the central focus is TV (and the interests of its owner) rather than science.

Finally, democracy and civil participation are really at stake. It is a problem of civil progress rather than economic returns...

Quando la Ricerca si ribella

Studenti, insegnanti e ricercatori sono scesi in piazza in questi giorni e hanno fatto sentire la loro voce. Perchè in un Paese dove vige il controllo assoluto sull'informazione se non gridi nessuno ti ascolta.

L'Italia della conoscenza cerca di farsi notare per contrapporsi all'Italia delle "conoscenze". Eh sì, perchè qui da noi la distinzione fra un plurale ed un singolare in un caso come questo fa molta, moltissima differenza. Ridurre la ricerca scientifica pubblica all'osso, significa creare spazi di business dove gli "affari" non possono e non devono entrare. Ci sono settori che non possono essere totalmente privatizzati perchè la conoscenza (quella singolare), l'istruzione sono un bene pubblico come l'acqua o l'aria: non si possono escludere alcuni in base a criteri arbitrari dal godimento di questi beni pubblici.

La ricerca scientifica non ha un valore economico di per sè: magari lo avranno alcune sue applicazioni. Ma quando avanza la conoscenza avanza l'intera società nel suo complesso in termini di formazione e consapevolezza dei suoi cittadini. Questo difatti ci differenza di molto rispetto a tanti altri Paesi Europei dove l'istruzione e la ricerca godono del rispetto che meritano. Per questo il degrado dell'istruzione e della ricerca in Italia conduce al degrado etico. L'ignoranza diventa totale. Ma qui da noi c'è la TV: altro che ricerca scientifica...

Alla fine è una questione di partecipazione democratica alla cosa pubblica. E' progresso civile prima che economico.

Consiglio la lettura di questi articoli.

La conoscenza nel mirino del potere

“Il futuro è nostro e ce lo riprendiamo”
Rete della conoscenza

martedì 23 novembre 2010

Ricerca e truffe

La notizia della maxi truffa su attività di ricerca mai realizzate in Calabria è il classico "colpo di mannaia". Si tratta di attività lautamente finanziate ma mai svolte o sono fatte in altre sedi. Ammonta infatti a 31 milioni e 227mila euro il contributo ottenuto dagli otto arrestati (imprenditori, commercialisti, consulenti del lavoro e docenti universitari) di cui 20 milioni e 670mila euro già effettivamente erogati.

La ricerca non ha risorse e spesso potrebbe rappresentare un'importantissima opportunità di crescita per molti giovani qualificati ed intere aree del nostro Paese. Vedere milioni di Euro sprecati e rubati in questo modo sono un'offesa mortale che non ha alcuna giustificazione. Il danno che queste persone provocano non è però solo economico perchè infatti speculano sulle possibilità di sviluppo future: in questo caso sono stati scoperti, ma quanti casi del genere rimangono ancora coperti dal silenzio? Quante persone si arricchiscono e si sono arricchite con corsi di formazione fantasma finanziati dall'Unione Europea? Quante organizzazioni si sono arricchite solo compilando moduli e formulari per attività mai realizzate? Dove sono i controllori che dovrebbero verificare la regolarità, non solo formale, ma sostanziale, di questi interventi? Perchè ad alcuni vengono controllate anche le virgole ed altri procedono sempre su corsie preferenziali?

C'è un complesso universo dietro tutto questo: e questa notizia probabilmente porta alla luce solo una piccola punta di un iceberg enorme.

mercoledì 30 giugno 2010

Gli Italiani e la Tecnologia

Riporto di seguito questo comunicato stampa del CNR su un'indagine condotta relativamente al rapporto degli italiani e delle italiane con la tecnologia. Queste indagini naturalmente presentano dei limiti, tuttavia sono presenti alcuni spunti su cui sarebbe utile riflettere...

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L'indagine sulla cultura dell'innovazione in Italia 2010 – realizzata dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpps-Cnr) di Roma - è al suo secondo anno di realizzazione con alcune novità: la caratterizzazione regionale, il raddoppio delle interviste (da 2000 a 4000) e la presa in esame di una sola classe d'età, 30-44 anni, particolarmente significativa per il tema.

Il Rapporto, realizzato in collaborazione con Cotec-Fondazione per l’innovazione tecnologica e con il mensile Wired, segnala innanzitutto che per il 70% la tecnologia è utile per conciliare vita personale e professionale e per sfruttare meglio il tempo. In un'ipotetica ‘bilancia tecnologica’ dei rischi-benefici, su dieci opzioni, presentano un saldo negativo solo OGM e nucleare, su cui è ben disposto solo il 24,5% degli uomini e il 16,7% delle donne. Per tutte le altre (energia solare e rinnovabili, internet, cellulari, medicine e nuove tecnologie mediche, treni ad alta velocità, adeguamento di tutte le tratte ferroviarie nazionali, inceneritori e termovalorizzatori) i benefici superano i rischi percepiti. Ad esempio, si conferma dallo scorso Rapporto la visione positiva dell'uso delle cellule staminali: un'occasione da cogliere per il 64%.

“Il concetto di innovazione è legato soprattutto a quello di sviluppo, sia per gli uomini (47,1) sia per le donne (47,8%), mentre quello di rischio è percepito come un pericolo in particolare dalle donne (44,8% contro il 38,1 dei maschi)”, spiega il direttore dell’Irpps-Cnr, Sveva Avveduto. “L’innovazione è considerata ad esempio utile per aumentare i posti di lavoro e andrebbe dunque applicata nelle imprese (17%), investendo in formazione permanente (16%) e di base (12%) ma soprattutto innovando nella società a tutti i livelli (25%)”.

Amplissima la maggioranza per le posizioni di cautela: oltre l'80 per cento è in disaccordo con l’immettere sul mercato prodotti e servizi innovativi a velocità eccessiva, al fine di avvantaggiare la società, e più del 70% è a favore del ‘principio di precauzione’ sull’uso delle tecnologie.

Ma chi deve decidere su questi temi? Prima di tutto gli scienziati, poi ‘tutti i cittadini’, a conferma della preferenza per la partecipazione diretta su quella rappresentativa, benché gli italiani si sentano ben informati solo su alcuni temi, quali la trasformazione della spazzatura in combustibile e i pannelli solari e fotovoltaici, il web 2.0, internet più avanzato e i social network (usa il web l’86% dei 30-44enni e il 96,7% di quelli occupati di alto livello). Ammettono altresì di essere poco o per nulla informati su nanotecnologie (il 72,8%), clonazione terapeutica (74,6%) e farmaci intelligenti (63,9).

“Il contatto umano prevale sulla tecnologia: non rinuncerebbe per una settimana a incontri gli amici il 56,3% e a sentirli al telefono il 23,1; molto più facile staccare email o sms (5,2%) e social network (3,6%)”, prosegue Adriana Valente, autrice dell’indagine. “Nell’acquisto di un prodotto telefonico, audio e video, il 48,7% identifica l’affidabilità con la notorietà del marchio e, dopo i costi, incidono le qualità ecologiche più di quelle funzionali e del design”.

Secondo l’83% degli italiani l’innovazione tecnologica ha migliorato la qualità di vita delle donne, ma solo il 60% pensa che migliorerà anche quella delle generazioni future. In generale, l’82% giudica la vita femminile odierna migliore di quella precedente ma appena il 48% pensa che le donne di domani avranno una vita ancora migliore.
“Il 92% ritiene che l’istruzione universitaria sia ugualmente importante sia per un ragazzo che per una ragazza, ma il 29% ritiene che le donne siano più adatte allo studio delle discipline umanistiche, il 25,3% che affrontino il lavoro con minore razionalità e quasi il 30% che gli uomini sfruttino meglio la tecnologia nell’ambiente di lavoro”, avverte la coautrice del rapporto, Loredana Cerbara. “Emerge insomma una immagine della donna meno ‘tecnologica’, tanto che solo il 28% è pienamente d’accordo che la tecnologia sia un’opportunità per diminuire lo svantaggio femminile nel lavoro, anzi potrebbe essere una ‘trappola’, come parrebbe dalle risposte sul rischio che la tecnologia finisca per aumentare il tempo lavorativo delle donne: il 39% è d’accordo, il 25% solo in parte, il 30% in disaccordo”.

Da segnalare inoltre il 29% del campione secondo cui in un momento di crisi è meglio che siano gli uomini a conservare il posto, anche se solo il 14,6% ritiene che i maschi siano ‘capi’ migliori e appena il 12,8% che siano migliori leader politici.

Infine, alcune specificità regionali evidenti: la suscettibilità al ‘marchio’ dei prodotti hi tech, oltre il 50% in quasi tutto il Centro-meridione; il maggior bisogno di informazione sulla tecnologia in Sardegna, Campania e Basilicata; la differenza nell’uso di internet, dove sono leader Friuli Venzia Giulia (94%), Emilia Romagna (93,5%) e Trentino Alto Adige (91,5%), mentre Campania (26,1%), Sicilia (24%) e Calabria (21,7%) sono in coda; la minor propensione a pensare che l’innovazione abbia migliorato la vita delle donne al Sud; il maggiore uso dell'home banking al Nord. Le regioni sono molto vicine, invece, nella percezione di rischi e benefici dell’innovazione, sul ruolo degli scienziati nel processo decisionale e sull'energia nucleare.

martedì 20 aprile 2010

I precari degli Istituti di ricerca agricola

Riporto di seguito il comunicato stampa di Usi RDB Ricerca.

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RICERCA: I PRECARI “INAUGURANO” IL MINISTRO GALAN

Domani, mercoledì 21 aprile, scenderanno in piazza i precari del Consiglio per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura (CRA), dell’Istituto Nazionale per l’Economia Agricola (INEA) e dell’Istituto Nazionale per la Ricerca nell’Alimentazione e Nutrizione (INRAN), organizzati da USI/RdB Ricerca, con un presidio davanti al Ministero dell’Agricoltura di via XX Settembre a Roma.

“Con il Ministero dell’Agricoltura era iniziata una trattativa per la stabilizzazione dei precari, interrotta dalle elezioni e dal cambio di Ministro anche a causa delle interferenze di CGIL CISL e UIL, le quali hanno contribuito, per completo disinteresse verso i precari, a rallentare il processo”, dichiara Claudio Argentini della segreteria nazionale dell’USI RdB Ricerca.

“A differenza della vertenza ISPRA – precisa Argentini - il Ministero dell’Agricoltura aveva aperto un canale di comunicazione con i precari e la nostra organizzazione sindacale che li rappresenta. Domani ´inaugureremo` il Ministro Galan e vedremo se sarà sensibile a questa tematica o preferirà avviare relazioni conflittuali. Noi ci attendiamo che il nuovo Ministero riparta convintamente, altrimenti non esiteremo ad alzare il livello di mobilitazione”.

“Dopo il tetto dell’ISPRA - continua il sindacalista Usi/RdB - la collettività è ben conscia di come il settore della ricerca pubblica, altamente precarizzato, ci fornisca quotidianamente benefici. A nostro avviso la ricerca pubblica deve essere il volano della ripresa e bisogna dirigervi in maniera esclusiva i finanziamenti statali. Nel caso della ricerca in agricoltura, solo attraverso CRA, INEA ed INRAN gli agricoltori italiani possono sperare di controbattere le multinazionali, solo attraverso i risultati prodotti da quei precari che domani saranno in piazza”.

Conclude Argentini: “Noi chiediamo di aumentare le piante organiche per INEA ed INRAN per una spesa di pochi milioni di euro, un piano di conversione dei Co.co.co ed assegni di ricerca ´anziani` a tempo determinato, anche attraverso specifici investimenti del Ministero; un piano di assunzioni che porti a termine le stabilizzazioni ancora aperte nei 3 enti ed avvii quella dei centinaia di precari che da anni assicurano qualità nella ricerca pur essendo pagati con salari da fame”.


giovedì 7 gennaio 2010

Polemics between evolutionists and anti-evolutionists at the National Research Council of Italy

With regards to the polemics in the italian scientific community about the publication of the book titled “Evolutionism: the dawn of a hypothesis” edited by prof. de Mattei, vice-president of the National Research Council of Italy (CNR), the CNR President prof. Maiani has recently released a press note providing some clarifications.

The issue provoked some contrasts between evolutionists and anti-evolutionists creating also some doubts about the opportunity for the CNR vice president, the biggest public research institution in Italy, to express such anti-Darwin positions.

These clarifications can be found here.

Evoluzionismo ed Anti-Evoluzionismo al CNR: qualche precisazione

In merito alle forti polemiche suscitate nella comunità scientifica dalla pubblicazione del volume “Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi” a cura del Prof. Roberto de Mattei, Vice Presidente del CNR, il Presidente del CNR Prof. Maiani ha inteso fornire alcune precisazioni.

La questione infatti aveva provocato un certo contrasto fra evoluzionisti ed anti-evoluzionisti creando inoltre forti perplessità circa l'opportunità di una presa di posizione anti-Darwin da parte del Vice-Presidente del più grande Ente di Ricerca italiano.

Le precisazioni del Presidente del CNR possono essere visualizzate qui.

giovedì 3 dicembre 2009

L'Italia ed Internet

L'IIT-CNR ha recentemente presentato le conclusioni di un'interessante ricerca circa la diffusione dei domini internet .it

Di seguito riporto il relativo comunicato stampa
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Bologna e Milano sono le province italiane con più utenti ‘evoluti’ della Rete, seguite da Bolzano, Pistoia e Rimini. Tra le regioni, il Trentino-Alto Adige conferma la propria leadership, staccando Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. Sono alcuni dei dati salienti dello studio sulla diffusione di Internet in Italia, elaborato dall’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Iit-Cnr), da cui si evince che esistono 289 domini .it ogni 10 mila abitanti.
La ricerca, unica a livello europeo per metodologia, si basa infatti sui dati del Registro .it (l’anagrafe dei domini a targa ‘italiana’, gestita dallo stesso Iit-Cnr) e mette a confronto i nomi a dominio registrati in rapporto ai residenti maggiorenni ma anche ad enti e imprese. “Il risultato è una radiografia accurata della diffusione della rete e, in particolare, del suo uso più evoluto e consapevole”, osservano Maurizio Martinelli e Michela Serrecchia, i curatori dello studio. “Il possesso di un dominio evidenzia che l’utente intende sfruttare al meglio le opportunità offerte da Internet e non si limita a una fruizione sporadica o passiva”.
Lo studio dell’Iit-Cnr ha assunto come riferimento 1.429.009 domini .it per i quali è stato possibile risalire alla tipologia dell’assegnatario e ha calcolato quale indice della diffusione di Internet a livello generale, ovvero senza tenere conto delle tipologie dei registranti, un ‘tasso di penetrazione’ (TP) di 288,87 domini ogni 10mila abitanti.
Ma la prima sorpresa viene dal confronto per macro-aree: il tasso di penetrazione maggiore è nel Centro Italia (354,48), davanti al Nord (340,82) e al Sud (180,51). Diversa, ovviamente, è la situazione riguardo al numero di domini .it registrati, dove il Settentrione accentra il 54,35% del totale, lasciando il 24,34% al Centro e il 21,31% al Sud.
In testa alla classifica per regioni, il Trentino Alto Adige con un TP di 457,99 (che però conta solo il 2,61% dei domini registrati), davanti a Lombardia (TP 381,31 ma con il 21,48% dei nomi a dominio), Emilia Romagna, Lazio e Toscana. Nessuna regione del Meridione compare tra le prime dieci: la prima è l’Abruzzo, in tredicesima posizione (TP 240,61), mentre in coda alla classifica compaiono Sicilia (156,34), Basilicata (146,56) e Calabria (140,5).
Sul fronte delle province, sempre nella graduatoria generale, Bologna conquista il primato con un TP di 602,73 pari a 49.665 domini, seguita da Milano, il cui TP di 535,15 vale 175.446 domini. Seguono Bolzano (533,67) e Pistoia (465,59). La Toscana piazza nella top ten anche Firenze (settima: TP 428,49), Pisa (ottava con 392,71) e Siena (decima: 362,05). In coda alle province c’è purtroppo solo il Sud: tutte le ultime venti posizioni, con in coda Crotone (TP 114,22), Caltanissetta (108,44) ed Enna (104,77, pari a 1.471 nomi registrati).
“Il sistema utilizzato dall’Iit-Cnr ha permesso”, proseguono Martinelli e Serrecchia, “di estrapolare delle graduatorie specifiche che individuano i nomi a dominio censiti dal Registro .it ogni 10mila abitanti o ogni 100 imprese ed enti, effettuando anche un raffronto con l’analoga ricerca condotta nel 2004”. Va detto subito che le aziende registrano la grande maggioranza dei domini .it: nel campione utilizzato, 910.694 contro i 392.383 assegnati alle persone fisiche, 55.234 agli enti no-profit e 46.458 ai liberi professionisti.
Tra le imprese primeggia ancora Bologna che dalla nona posizione rilevata nell’indagine del 2004 raggiunge la vetta (TP 45,42: ovvero quasi un dominio ogni due imprese), sorpassando Milano (seconda con un TP di 37,64) e Bolzano (36,57). Tra le regioni, al primo posto le aziende del Trentino Alto Adige (TP 32,57) davanti alla Lombardia (TP 28,53), che però è prima in termini assoluti con 214mila domini, quasi un quarto del totale di settore, e ad Emilia Romagna e Lazio.
Roma ‘caput Internet’, invece, tra le persone fisiche (TP 143,40, pari al 12,33%) dove sorprende l’enorme balzo in avanti di La Spezia, che recupera sessanta posizioni piazzandosi seconda (TP 140,08), seguita da Rimini (134,33) e Bolzano (121,81). La graduatoria amplifica le differenze territoriali: le province più meridionali tra le prime 20 sono Pescara in 14esima posizione (TP 88,05) e Ascoli Piceno (83,51), ventesima; lo sono invece 17 delle ultime venti posizioni. A livello regionale il Lazio è in testa con un tasso di penetrazione del 124,89 e il 14,73% di domini registrati, davanti a Trentino-Alto Adige (TP 105,27), Toscana (TP 95,78) e Lombardia (TP 86,29 ma primato quantitativo con il 17,70% dei domini di persone fisiche).
“Abbiamo inoltre zoomato alcuni dettagli di categorie significative”, osservano i ricercatori Iit-Cnr. Tra i liberi professionisti, le province con i più alti tassi di penetrazione sono Livorno (18,31), Milano (17,47), Bologna (15,83) e Caserta (15,24). Tra le prime venti città altre quattro toscane: Lucca, Siena, Firenze e Pisa. Tra le regioni, Trentino-Alto Adige nuovamente al primo posto con 10,79 davanti a Lazio, Lombardia, Toscana.
Sul fronte degli enti no profit, Roma tiene banco con un TP 56,10 e il 12,73% dei domini registrati, davanti a Milano (44,68), Frosinone (34,95) e Firenze (32,32). Da non trascurare Napoli (settima, TP 30,78) e Bari (dodicesima con 25,28). Tra le regioni trionfa ancora il Lazio (TP 47,29 e 15,30%), che quasi doppia Lombardia (TP 27,55 ma il 16,71% dei domini) e Toscana (23,94 e 7,95%). Nel no profit la Campania si piazza quarta (TP 23,91).
La sfida degli enti pubblici promuove a livello provinciale Aosta (TP 13,05), davanti a Prato, Bologna e Bolzano. La Valle d’Aosta domina anche tra le regioni, staccando Trentino-Alto Adige (TP 10,31) e Molise (TP 8,25).
Infine, i maintainer, cioè proprio gli operatori che registrano i domini .it per conto terzi: 2.496, di cui 2.321 italiani e 175 stranieri. L’analisi dell’Iit-Cnr ribadisce il primato toscano, già emerso nel 2004, con una media di circa 3.000 domini registrati per ciascuna delle 192 sigle Mnt, le società del settore, pari a un totale di 576.224 domini .it, superando Sardegna (2.281 domini per ciascuno dei 26 maintainer) e Abruzzo, con 43 maintainer e una media di 1.245 domini. “Una leadership sicuramente favorita dalla presenza a Pisa del Registro .it e da alcune delle società storicamente più dimensionate”, concludono Martinelli e Serrecchia. La rilevazione, in questo caso, è stata fatta su un totale di 1.593.960 domini presenti nel database del Registro.

I dati completi dellp studio possono essere visualizzati qui

martedì 1 dicembre 2009

I guai della Ricerca Italiana

Riporto integralmente il testo di questo articolo apparso sulla newsletter "Il Foglietto" di Usi RDB Ricerca.

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Precari della ricerca arrampicati sui tetti per difendere posto di lavoro e dignità
di Adriana Spera

Ogni giorno il governo va ripetendo che "l'Italia sta per uscire dalla crisi e ne uscirà meglio degli altri paesi europei". Un'affermazione che forse può valere per gli speculatori finanziari che, permanendo l'assenza degli strumenti di tutela dei piccoli risparmiatori, tante volte preannunciati all'inizio della crisi e mai approntati, hanno ripreso le loro attività parassitarie.

La realtà che viviamo è un'altra, ogni giorno abbiamo notizia di fabbriche che chiudono e che licenziano personale. La disoccupazione è crescente e non investe solo il settore privato. Con la "riforma" Gelmini hanno perso il lavoro migliaia di insegnanti precari. Con la "riforma" dell'università, ve ne saranno molti altri. Con i provvedimenti di Brunetta, anziché la stabilizzazione dei precari della ricerca, avremo la dispersione di un patrimonio prezioso di sapere e di competenze, visto che molti lavoratori - dopo anni di attesa, di contratti atipici espliciti o mascherati da borse di studio e/o assegni di ricerca - si ritroveranno disoccupati. Nelle dinamiche negative che attraversano il mondo del lavoro, v'è un minimo comune denominatore nelle figure di soggetti che agiscono come veri e propri "liquidatori" delle eccellenze produttive.

Le vicende delle società Eutelia e Alcoa, che hanno occupato le prime pagine dei giornali la scorsa settimana, ne sono l'esempio lampante. Due imprese, che sono e possono essere strategiche per il paese, sono a forte rischio di chiusura. Ma i "liquidatori" sono in agguato anche nel settore pubblico e la vicenda dell'Ispra, anch'essa nei giorni scorsi sulle prime pagine dei media, ne è un esempio. Si decide di non dare più alcuna opportunità di lavoro a ricercatori, e non solo, con competenze ed esperienze indispensabili per affrontare i problemi ambientali del paese, il tutto per fornire occasioni di profitto a società private. Ma a quale prezzo e con quali garanzie?

Ai lavoratori dell'Ispra, che coraggiosamente sono saliti sul tetto del loro Istituto per rendere pubblica la loro sacrosanta vertenza, va il merito di aver messo in luce queste dinamiche aberranti e immorali, generate da scelte governative padronali, che stanno sottraendo energie e risorse strategiche alla collettività, in nome del profitto di pochi, che hanno anche il grave demerito di cancellare il futuro di questo paese. Ai padri di questa scellerata politica va tutta l'avversione della gente onesta e per bene del nostro paese che, senza se e senza ma, è schierata compatta dalla parte dei tanti lavoratori che difendono posto di lavoro e dignità.

martedì 24 novembre 2009

C'è chi può e chi non può...

Leggo sul notiziario "Il Foglietto" di USI RdB Ricerca e riporto integralmente


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Aumenti del 330 per cento per il presidente dell’Istat
I rarefatti frequentatori della pagina internet www.istat.it/istat/organizzazione/comunicazionilegali/ sono saltati sulla sedia lo scorso mercoledì, quando hanno letto che il compenso annuo per il presidente dell’Istat è stato elevato da 92.962 euro lordi a 300 mila euro.

L’incremento record del 330 per cento è stato deciso con un Dpcm del 4 agosto scorso, registrato
qualche settimana fa dalla Corte dei conti. Enrico Giovannini, dunque, sale in cima alla classifica dei presidenti degli enti di ricerca quanto a compenso, che risulta essere quasi doppio rispetto a quello percepito da Luciano Maiani (174mila euro) al vertice di un ente, il Cnr, con un numero di addetti che è 4 volte quello dell’Istat, i cui dipendenti, ora, si aspettano almeno il raddoppio dello stipendio.
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Complimenti.

Se penso ai tanti precari della ricerca, ai loro contratti sempre appesi ad un filo e ai loro scarsi stipendi mi viene la pelle d'oca...

martedì 3 novembre 2009

La Ricerca Scientifica Italiana ed il 5 per mille

Ho trovato questo interessante articolo sul "Foglietto" di Usi Rdb Ricerca che riporto integralmente.
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Enti di ricerca, briciole dal 5 per mille e maglia nera per l’Istat con 130 euro
di Biancamaria Gentili

Se il “5 per mille”, come molti ritengono, è una sorta di auditel per i tanti organismi pubblici e privati che ogni anno si candidano a ricevere elargizioni, grosse o piccole, da parte del popolo dei modelli 730, per gli enti pubblici di ricerca non c’è da stare molto allegri. Il 30 ottobre, l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato, anche per gli enti di ricerca che hanno chiesto l’«obolo», i risultati delle dichiarazioni presentate dai contribuenti nel 2007, per i redditi dell’anno precedente. Chi può, si fa per dire, cantare vittoria è il Cnr che, a fronte di 3.875 «oboli» (meno della metà del personale) ha incassato 239.817 euro (con un + 43.000 rispetto all’anno precedente). Al secondo posto, largamente staccato, l’Istituto di fisica nucleare (Infn), con 1.053 erogazioni e 68.506 euro. Medaglia di bronzo per l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf): 43.093 euro, frutto di 672 donazioni. Al 4° posto, l’Istituto superiore di Sanità con 42.551 euro e 714 oblatori. Al 5°, l’Ogs di Sgonico (Trieste) con 26.670 euro versati da 478 contribuenti. Davvero deludenti i risultati conseguiti dagli altri enti di ricerca che si sono messi in vetrina. L’Agenzia spaziale italiana di euro ne ha totalizzati 8.922; l’Inrim di Torino, 7.491; l’Ingv di Enzo Boschi, 5.172 frutto di 85 contribuenti sensibili alla ricerca in campo sismico; la Stazione Zoologica di Napoli si è fermata a quota 4.580, con una flessone di circa il 25% rispetto all’anno precedente; analoga flessione per l’Apat (ora Ispra) che ha racimolato soltanto 4.497 euro rispetto ai 5.597 dello scorso anno; l’Istituto per la montagna (ora Eim) è sceso da 7.551 a 4.165. In discesa anche il Centro Fermi di Antonino Zichichi (da 3.414 a 2.348).

Molto atteso era il risultato dell’Istat che nel 2007, sotto la guida di Luigi Biggeri, si era cimentato nella competizione per la prima volta. Il risultato è stato disastroso, facendo conquistare all’istituto la maglia nera. Nelle casse dell’ente sono finiti appena 130 (dicasi: cento-trenta) euro, grazie a 3 ignoti quanto arditi contribuenti. “Ma come è possibile - si sono chiesti increduli alla segreteria di Usi/RdB - che l’Istat abbia ottenuto un simile risultato? Con un presidente, un direttore generale, 18 direttori centrali e 60 capi servizio, a sottoscrivere, per spirito di corpo, sarebbero dovuti essere almeno in 80. O ci sono stati brogli o la credibilità dell’ente, anche tra i vertici, è pari a zero”.

Per altri 7 enti di ricerca: Cra, Inea, Inran, Infs,
Insean, Isfol e Invalsi, è scattata l’esclusione dalla competizione per problemi burocratici. Peccato per l’Invalsi, che dopo aver racimolato 85 euro lo scorso anno, questa volta aveva ottenuto un risultato boom: 1.082 euro!

martedì 29 settembre 2009

Searching for Italian Research

Next Oct. 5th 2009 a movie titled "Cerca la Ricerca - Searching for Italian Research" will be presented in Rome during a meeting of Science and Research public workers.

This movie is focused on a typical day within some italian public research institutes. Scientific research is a critical sector for a social, economic and cultural development for a society as a whole, but in Italy this sector suffers decades of political indifference which provokes not only financial resources shortages. Basicly italian research is suffering a complete marginalization within the political and public debate: it is not considered a priority or a sector capable to generate material/immaterial richness and high skilled jobs not only by politicians but also by the public opinion at large.

This is the essential core of this film.

Italian scientific research thus is suffering the fact that italian society is fondamentally an anti-scientific society based on an anti-scientific culture where prejudices, superstitions, processions, religious opinions essentially rule. All this highly riverberates its effects also on the quality of political and public debate: just consider the low profile discussions about several sensitive and critical environemntal, health or ethical issues.

We thus need a real cultural revolution: as long as this revolution won't take place, italian research will be perceived as something standing far away or completely useless for the progress of the entire society. After all, without science and education this revolution won't find a necessary cultural humus and any cultural development will be fostered on a rather fragile basis. This is a critical loop which should generate a relevant impasse: on the contrary in Italy this loop is welcome because it creates "not-thinking people, ready to applaud anyone but unable to hold an aware and independent mind.

I suggest the reading of this article (in italian) published on the italian journal MicroMega.

Cerca la Ricerca

Lunedì 5 ottobre 2009 alle ore 10, verrà proiettato il film-documentario “Cerca la Ricerca”. Il film sarà proiettato a Roma nell’Aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità (in Viale Regina Elena n. 299) durante una assemblea nazionale fuori sede dei lavoratori degli enti pubblici di Ricerca.

Il film racconta la cronaca di una giornata passata negli enti pubblici di Ricerca, un settore critico per lo sviluppo sociale, economico e culturale di una società moderna che da decenni, a causa del totale disinteresse dei Governi sia di destra che di sinistra, soffre non solo di una carenza di risorse economiche. A pesare su questo settore è fondamentalmente il totale disinteresse sia della politica che dell'opinione pubblica: la ricerca scientifica italiana non è vista come una priorità, come un settore capace di produrre ricchezza materiale ed immateriale od occupazione altamente qualificata.

La ricerca italiana soffre quindi del fatto che la società italiana, di cui questa classe politica ne è degna espressione, è culturalmente una società anti-scientifica dove regnano i pregiudizi, le polemiche sull'ora di religione, la superstizione, le processioni... Tutto questo si riverbera anche sul dibattito politico e pubblico: come nel caso del bassissimo profilo con cui vengono affrontate nel nostro Paese tante importanti tematiche ambientali, sanitarie o etiche.

Fintanto che non avverrà questa rivoluzione culturale, la ricerca italiana sarà sempre percepita come qualcosa di lontano e di inutile per il progresso della nostra società: del resto se non si investe in ricerca non si può creare un humus necessario per attivare questa rivoluzione. Un bel circolo vizioso che tuttavia rende in termini politici perchè non fa altro che generare dei "non pensanti" pronti ad applaudire questo o quello, ma incapaci di possedere un pensiero critico.

Con buona pace dei migliaia di precari e dei tanti ricercatori impegnati seriamente a fare, nonostante tutto, il loro lavoro.

Con l'occasione leggetevi pure questo articolo apparso su MicroMega.